Riccardo Gemma
A come Aerostazione
Capitolo1. Aerostazione.
Arrivo in macchina, molto piano. C’è una costruzione più o meno cubica che ha l’entrata grande come quella di un’officina. Ha proporzioni sorprendentemente perfette. È dipinta a due colori dello stesso tono che la tagliano in orizzontale, sotto azzurro acqua marina, sopra verde chiaro, o il contrario, non capisco bene. Nella luce estiva mattutina, tersa e lattiginosa a un tempo, la costruzione sta lì, serena, ben piantata, silenziosa. Si confonde col cielo con precisione tridimensionale. Perfettissima volumetria razionalista. Davanti c’è un piazzale di ghiaia immacolata, bianca che quasi ti acceca, tutta pari, perfettamente livellata. Senonché, per non rovinarla, non so se entrare con la macchina o procedere a piedi. Eppoi non è molto chiaro il motivo della mia presenza qui. Comunque la costruzione mi sembra proprio fatta per entrare con la macchina. Così decido di entrare con la macchina. All’interno la luce è come all’esterno, perchè mi accorgo che ci sono grandi vetrate, e dalle vetrate si vede il mare. È bello da qui, mi piace. Il mare è calmo, la linea che lo separa dal cielo è perfettamente orizzontale, come la pittura della costruzione, e anche i colori sono gli stessi. È tutto molto calmo, molto azzurroverdino, molto diffusamente luminoso. Sono dentro questa architettura serena, e vedo molto bene fuori questo mare piatto. Ma vedo anche che non c’è anima viva; deve essere una zona di transito. E qualcuno devo trovare per capire come mai sono qui. C’è una porta a vetri davanti a me, come quelle degli air terminal. Mi avvicino e la porta scorrevole si apre. Entro.
Mi ritrovo proprio in quello che sembra un terminal di una stazione o di un aeroporto, non lo so, sono un po’ confuso. Qui c’è un viavai di gente, ci sono bar, negozi, corridoi, carrelli, segnaletiche, bagni, telefoni, uomini e donne in divisa, guardie coi cani… I cani. Devo stare attento ai cani. Aria condizionata sparata ovunque. Infatti comincio a sentire un po’ freddino. Meglio che mi copra. Sì. Devo aver lasciato il bagaglio in giro, su un sedile di una sala d’attesa, me lo ricordo che ce l’ho lasciato, insieme alle scarpe e ai calzini che ho messo in ordine sotto il sedile. Devo andare a cercare questa roba, non posso lasciarla così, incustodita; eppoi mi serve perchè sento sempre più freddo. Ma non devo dimenticare dov’è l’uscita, io non ho molto il senso dell’orientamento, mi perdo sempre. Dunque, con una certa apprensione, mi inoltro. Tra la folla mi dirigo verso il posto dove ricordo di aver lasciato le mie cose, ma è come un flash, una sensazione, perchè in verità, già non me lo ricordo più. Eppure poco fa lo sapevo. Ecco, già mi sono perso. Così comincio a girare per tutto il terminal mentre inizia a salirmi l’ansia, e intanto il freddo aumenta. Eppoi l’uscita. Devo ricordarmi dov’è l’uscita. Allora mi riavvio verso l’uscita, ma durante il tragitto ecco la sala d’attesa, la riconosco, c’ero già passato, no, mi sbaglio, era un’altra, torno indietro, infilo un corridoio, poi un altro, mi ritrovo dentro un bar pieno di gente che fa la fila, penso che il caffé non riuscirò a prenderlo, ma tanto non lo volevo, e qui dentro l’aria è ancora più fredda e ormai sono zuppo di sudore gelato, quindi preferisco riprendere la mia strada, anche se, in effetti, non so quale sia. Intanto la gente nel terminal sta diventando un muro invalicabile. Mi devo sbrigare, devo andare più svelto. A questo punto mi rendo conto che sono scalzo, ho i piedi freddi e sudati, quindi devo assolutamente ritrovare le scarpe coi pedalini dentro, e la maglia, perché ormai ho i brividi che mi partono dalla testa e arrivano giù fino al buco del sedere. Cerco un varco tra la folla chiedendo indicazioni a chiunque mi passi davanti e penso questa è una buona idea, ma nessuno mi aiuta, nessuno, vanno tutti spediti e sicuri per la loro strada, sembra che tutti conoscano perfettamente ogni percorso, o corridoio, o cancello, o maledetto quello che è di questa merda di aerostazione, tutti dico. Tranne me. (Continua…)
English version
Az Alphabetical Self-portraits
Riccardo Gemma
A come Aerostazione/Air terminal
Chapter1. Air terminal.
I arrive by car, very slowly. There’s a more or less cubic building with an entrance as large as that of a garage. Its proportions are surprisingly perfect. It’s painted in two colors of the same tone that cut it horizontally: aquamarine blue underneath, pale green above, or the opposite, I’m not sure. In the summer morning light, both clear and milky, the building stands there, serene, well-established, silent. It blends into the sky with three-dimensional precision. A perfectly rationalist volume. In front is a square of immaculate gravel, white so as to almost blind you, all even, perfectly level. However, to avoid ruining it, I don’t know whether to drive in or proceed on foot. And besides, it’s not entirely clear why I’m here. In any case, the building seems to be designed to be driven in by car. So I decide to drive in. Inside, the light is the same as outside, because I notice that there are large windows, and from the windows I can watch the sea. It’s beautiful from here, I like it. The sea is calm, the line separating it from the sky is perfectly horizontal, like the painting on the building, and even the colors are the same. It’s all very calm, very blue-green, very diffusely bright. I’m inside this serene architecture, and I can see this flat sea outside very clearly. But I also see that there’s not a soul around; it must be a transit area. And I have to find someone to understand why I’m here. There’s a glass door in front of me, like those in air terminals.
I approach and the sliding door opens. I enter.
I find myself in what looks like a station or airport terminal, I don’t know, I’m a little confused. There’s a bustle of people here, bars, shops, corridors, trolleys, signs, bathrooms, telephones, men and women in uniform, guards with dogs… The dogs. I have to watch out for the dogs. The air conditioning is blasting everywhere. In fact, I’m starting to feel a little chilly. I’d better wrap up. Yes. I must have left my luggage somewhere, on a seat in a waiting room; I remember I left it there, along with my shoes and socks, which I’d put neatly under the seat. I have to go and look for this stuff; I can’t leave it like this, unattended; and besides, I need it because I’m feeling colder and colder. But I must not forget where the exit is; I don’t have a great sense of direction, I always get lost. So, with a certain apprehension, I move forward. Through the crowd, I head toward the place where I remember leaving my things, but it’s like a flash, a sensation, because in truth, I already don’t remember it anymore. And yet I knew it a moment ago. I’m already lost. So I start wandering throughout the terminal as my anxiety begins to rise, and meanwhile the cold increases. And then the exit. I have to remember where the exit is. So I head back toward the exit, but on the way, there’s the waiting room. I recognize it, I’d been there before, no, I’m wrong, it was a different one. I go back, go down a corridor, then another, and find myself inside a bar full of people queuing. I think I won’t be able to get a coffee, but I didn’t want it anyway, and here the air is even colder and I’m now drenched in freezing sweat, so I prefer to get back on my way, even though, in truth, I don’t know which it is. Meanwhile, the people in the terminal are becoming an insurmountable wall. I have to hurry, I have to go faster. At this point I realize I’m barefoot, my feet are cold and sweaty, so I absolutely must find my shoes with the socks inside, and my shirt, because by now I’m getting chills starting from my head and reaching all the way down to my asshole. I look for a way through the crowd, asking directions from everyone who passes me, and I think this is a good idea, but no one helps me, no one, they all go quickly and confidently on their way, it seems like everyone knows perfectly every path, or corridor, or gate, or damn whatever in this shitty airport, everyone I mean. Except me. (To be continued…)

Ph Marina Paris


