Federico Giannini
B come Biennali
Biennali. Ci muoviamo tra soglie sensoriali. Oggi, le crisi di coscienza si ramificano così tanto (e in modi infinitamente vari, incessantemente simulati e messi in scena) che la capacità dell’arte di generare reazioni vitali sembra appartenere a un sapere arcano, perduto nel tempo. Gestire la complessità significa evitare di ridurre a schemi e formule qualcosa che, per sua stessa natura, è molteplice e non può essere ricondotto a un unico elemento, se non a caro prezzo. L’esperimento diventa allora indispensabile: eppure, la nostra capacità di comprendere appieno i cambiamenti tecnologici supera le nostre aspettative, generando tensione, disorientamento e nuove modalità di vedere, sentire e pensare. Alla periferia di queste tensioni si trova il mondo visto attraverso la lente della materia, dove oggetti, esseri viventi e natura coesistono su di un piano di parità. Il desiderio di creare modi alternativi in cui scoprire e descrivere il mondo, le figure e le forme sospese in momenti di transizione. Serve farsi guidare dalle forme, dallo spazio, dai colori. Una tensione tra le forme, la superficie, le linee, armonia, ritmo, melodia, cadenza, crescendo, una traccia fisica del tempo, materiali organici, lana, cuoio, rami, frutta, cotone, acciaio, lacca. L’incontro di questi materiali formalizza un luogo di scambio e ci invita a riflettere su questioni di valore intrinseco, estetica e complessità delle relazioni economiche globali. Questi sforzi apparentemente vani offrono scorci di soluzioni che la nostra umile creatività potrebbe generare. Un’architettura di possibilità. L’opera traccia un perpetuo movimento circolare che si dispiega come un concerto senza fine, una ricorrenza ritmica mai uguale a se stessa, rivolta verso un futuro che rimane fuori dalla nostra vista. Viscerale e apocalittico. Destabilizzare la retorica visiva radicata e le politiche dello sguardo. Conservare, mostrare, rimettere in scena, ravvivare, nel tentativo di creare una posizione politica indipendente al di là e al di fuori delle strutture coloniali del passato. Riunirsi in una concentrazione di energia ad alta intensità. Sfruttare la biografia non come narrazione, ma come punto di accesso a più ampie continuità storiche. Controllo amministrativo, sorveglianza, cancellazione. Ciò che non si può vedere, si può sentire. L’enfasi è posta sulle dinamiche della collaborazione, con la singola paternità che si dissolve in nuove forme collettive. Questo movimento del sé verso l’ignoto, dove l’esperienza e la speculazione sono in primo piano, è di per sé una risposta a un ambiente conservatore, una sfida ai pregiudizi, alla diffidenza e all’indifferenza.
Biennials. We move between sensory thresholds. Today, crises of conscience branch out so extensively (and in ways that are infinitely varied, incessantly simulated, and staged) that art’s capacity to generate vital reactions seems to belong to an arcane knowledge, lost in time. Managing complexity means avoiding the reduction to patterns and formulas of something that, by its very nature, is manifold and cannot be traced back to a single element, except at a high price. Experimentation then becomes indispensable: yet, our ability to fully grasp technological changes exceeds our expectations, generating tension, disorientation, and new ways of seeing, feeling, and thinking. At the periphery of these tensions lies the world viewed through the lens of matter, where objects, living beings, and nature coexist on an equal footing. The desire to create alternative ways to discover and describe the world, figures, and forms suspended in moments of transition.
We must let ourselves be guided by forms, by space, by colors. A tension between forms, surface, lines, harmony, rhythm, melody, cadence, crescendo, a physical trace of time, organic materials, wool, leather, branches, fruit, cotton, steel, lacquer. The encounter of these materials formalizes a place of exchange and invites us to reflect on issues of intrinsic value, aesthetics, and the complexity of global economic relations. These seemingly vain efforts offer glimpses of solutions that our humble creativity might generate. An architecture of possibility. The work traces a perpetual circular movement that unfolds like an endless concert, a rhythmic recurrence never the same as itself, turned toward a future that remains out of our sight. Visceral and apocalyptic. Destabilizing deep-rooted visual rhetoric and the politics of the gaze. Preserving, showing, restaging, reviving, in an attempt to create an independent political position beyond and outside the colonial structures of the past. Gathering in a concentration of high-intensity energy. Leveraging biography not as narrative, but as an access point to broader historical continuities. Administrative control, surveillance, erasure. What cannot be seen, can be felt. The emphasis is placed on the dynamics of collaboration, with single authorship dissolving into new collective forms. This movement of the self toward the unknown, where experience and speculation are at the forefront, is in itself a response to a conservative environment, a challenge to prejudice, distrust, and indifference.



