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Gabriele Landi: Ciao Riccardo, quando ha cominciato a disegnare?
Riccardo Gemma: Non mi ricordo sinceramente. Più o meno, stando ai “reperti” di famiglia, i primi disegni risalgono alle scuole elementari. Ce n’è uno in particolare che ricordo di aver fatto in seconda o terza elementare, il tema riguardava il 2 novembre, il giorno dei morti. Io disegnai un signore che va a portare i fiori sulla tomba di un suo caro, ma il suo caro gli risorge davanti, senonché, dalla paura, al visitatore gli esplode il mazzo di fiori in mano e gli salta via il cappello. Fiori dappertutto. Il maestro mi diede 10 e lode, penso che stia ancora ridendo. A tutt’oggi non credo di essermi mai più spostato molto da quel disegno.
Gabriele Landi: Che studi ha fatto?
Riccardo Gemma: Ho fatto il liceo artistico, poi, siccome all’esame di ammissione dell’Accademia di Belle Arti non mi presero, frequentai per un anno la La Scuola libera del nudo, poi partii soldato. Al ritorno decisi di entrare allo IED e mi diplomai al corso di grafica. All’epoca mi piaceva molto anche la grafica, cosa che tra l’altro, mi avrebbe dato in seguito più opportunità di lavoro e qualche soddisfazione.
Gabriele Landi: Il tuo lavoro d’ artista è sempre andato avanti sul suo binario autonomo rispetto al tuo lavoro con la grafica o ci sono stati dei momenti in cui le due cose hanno coinciso?
Riccardo Gemma: Ho sempre considerato il fatto di disegnare come momento di assoluta libertà, di libere associazioni, anche di non-sense se vogliamo. Il foglio è lo spazio dove tutto può avvenire. Il disegno è un pensiero anarchico. La grafica ha invece regole precise, si deve adattare al contenuto, è progettuale. Quindi, direi che no, le due cose non hanno mai coinciso realmente, anzi, nel mio caso sono opposte.
Tuttavia, nei miei disegni, spesso associo alle figure numerazioni o scrittura (senza un vero sistema), che conferiscono al tutto una sembianza di schema, di tavola scientifica, di “figura” da libro. Questo è anche un sistema per “raffreddare” i miei disegni, che spesso sono un po’ crudeli, tragici e buffoneschi. Allora, in questo senso, si può trovare un punto di contatto tra disegno e grafica.
Tra l’altro, negli anni, ho imparato ad apprezzare molto schemi grafici e diagrammi, sia da un punto di vista estetico, sia dal punto di vista del senso, della sintesi. Sono una sorta di poesia visiva. Tanti artisti che mi piacciono hanno lavorato e lavorano al riguardo.
Gabriele Landi: A proposito ho visto che spesso nei tuoi disegni ricorrono delle immagini anatomiche di organi interni del corpo, spesso dell’apparato digerente, che si coniugano a meraviglia con il tuo segno. Che importanza ha la rappresentazione del corpo e della sua caducita nel tuo lavoro?
Riccardo Gemma: Per me il corpo è la figura, cioè l’immagine assoluta, l’icona, l’unica rappresentazione.
Non esiste liberazione dal corpo; le figure che disegno le vedo spesso prigioniere, o meglio, tombate nel proprio corpo, statue tra vita e morte diciamo. La mia rappresentazione del corpo, anche se può non sembrare, è prima di tutto tragica, e poi comica. Non ne esco, è così. È l’entropia. E così ecco che si mostrano gli organi interni, che alla fine anche di questo siamo fatti.
Gli organi sono belli da disegnare,li invento, seguo la mano, possono diventare un ghirigoro infinito. Decorano la figura con grazia e spavento (per chi guarda e per la figura stessa).
A volte gli organi sono fuori dal corpo, e si mostrano alla figura come un’apparizione.
Deleuze, a proposito di Francis Bacon, parla del “corpo senza gli organi”, non mi dilungo, ma è una cosa importante e assai suggestiva.
Gabriele Landi: A proposito di Bacon mi sembra che mel tuo lavoro tu lo tenga molto presente per esempio l’idea della figura ingabbiata.
Riccardo Gemma: Bacon certo, anche da qui non ne esco, ma va bene così. Più che ingabbiata, direi che la figura è contenuta dalla struttura, è isolata da tutto il resto. È come metterla in una bacheca, sottovuoto, a gravità zero. E sta lì, in esposizione. Tra l’altro il parallelepipedo è un escamotage per mettere la figura in relazione con la superficie e dare tridimensionalità allo spazio che la circonda.
Gabriele Landi: La scelta di lavorare pricipalmente con la penna a sfera che origine ha?
Riccardo Gemma: La penna a biro è sempre a portata di mano. Se mi viene in mente una cosa, un’idea, uno scarabocchio, prendo la penna e butto giù velocemente. Poi magari mi fermo, dopo un po’ riguardo, riprendo la penna e qualcosa viene fuori. Per me il senso è molto legato all’estemporaneità e la biro, nella sua semplicità, questo me lo permette. Va anche detto che sono un pigro, dunque semplifico le cose. Potrei usare la matita, ma alla fine è troppo “artistica”, la biro è basica, diretta, comune, e non si può cancellare. Per cui gli errori che vengono fuori restano, (sappiamo come l’incidente in arte sia sempre auspicabile, non si sa dove ti porta, si possono scoprire delle cose). Il fatto di non cancellare, alla fine, è una cosa legata all’onestà credo, al tentativo di essere veri. Naturalmente, oltre alla biro, uso pennello e inchiostro o qualche tempera. Per sbrigarmi anche il caffè e la salsa di soia, insomma quello che trovo al momento. Ma queste cose per me sono già sovrastruttura…
Gabriele Landi: Esiste nel tuo lavoro un aspetto narrativo?
Riccardo Gemma: Esiste, sì, in molti casi. Come dicevo prima, inizio disegnando una figura senza sapere bene dove andare a parare, poi ad esempio, aggiungo un tavolo, poi un’altra figura e via dicendo. A questo punto si creano inevitabilmente delle dinamiche, di conseguenza il lavoro diventa narrativo. Ma sono le dinamiche che mi interessano, spesso sono impreviste, abbastanza incomprensibili, non-sense (ed è lì che mi diverto), a volte invece sono volute. Spesso metto due figure una davanti all’altra, speculari, come se una apparisse all’altra. Non sappiamo quale delle due sia l’apparizione, non conosciamo le ragioni dell’evento, e dunque il tentativo è proprio quello di creare una forma di sgomento in chi guarda. Questo è sicuramente voluto, o quantomeno cercato e alla fine diventa un po’ una provocazione. Mi interessa mettere in scena l’evento metafisico: si capisce che sta succedendo qualcosa, ma non si sa bene che cosa e perché. È inconoscibile. In un mondo di arte sempre e comunque spiegata e giustificata, io non so spiegare, non voglio spiegare e non giustifico, io posso solo raccontarvi del fantasma.
Gabriele Landi: Riccardo ti é mai venuto a trovare il fantasma delle pittura?
Riccardo Gemma: Sì, è un fantasma antico quello della pittura, viene da lontano, chissà da dove. Ma più che altro sono stato “visitato” da giovane. Ho dipinto per un po’, poi sono passato al disegno che, come dicevo, è un modo più veloce e meno impegnativo per tirare fuori delle cose. La pittura ha bisogno di tempo e io sono già troppo lento di mio. Quindi ho lasciato che le cose seguissero un loro processo naturale. Ma intendiamoci, non ho rimpianti per questa “incompiutezza”, sono un po’ fatalista e ognuno alla fine è quello che è. Tuttavia, ogni tanto, questo fantasma torna ancora oggi, sotto forma di visioni pittoriche, ma restano delle visioni appunto, restano nella mente, perché altrimenti questo significherebbe ricominciare tutto daccapo. Negli ultimi anni, tra l’altro, il “fantasma” mi appare più sotto forma di scultura che di pittura. Forse la scultura è la vera apparizione, forse disegno sculture che non farò mai.
Per tornare alla pittura, va anche detto che il “quadro” resta sempre un inganno, l’immagine è confinata nei limiti della tela e sul supporto della tela. Anche se parliamo di astrazione o di pittura tra astrazione e figurazione, resta sempre un inganno. Allora mi viene in mente Fontana: se tagli un quadro, il quadro muore, muore l’immagine, sveli il trucco. Se tagli un disegno, lo strappi, lo sporchi, lo rovini, quello comunque resta disegno, anche più bello eventualmente. Perché alla fine il disegno rappresenta sé stesso, non ambisce a essere qualcos’altro, è onesto. Ma non sto qui a fare l’apologia del disegno, in realtà, altrettanto onestamente dovrei dire che l’ideale per me sarebbe quello di disegnare (o eventualmente anche di dipengere) sui muri, senza limiti, senza fine. In questo senso mi interessa molto anche la pittura installativa che interviene nello spazio e lo modifica.
Gabriele Landi: Ecco allora la domanda successiva… mi è capitato di vedere alcune foto di tue mostre ed ho notato proprio il rapporto che cerchi con lo spazio. Volevo chiederti con che modalità imposti la relazione con l’ambiente in cui esponi? Lo spazio espositivo diventa un prolungamento di quello che proponi nei disegni o segui altri criteri?
Riccardo Gemma: Ma in realtà si è trattato di un solo episodio, per la rassegna “La superficie accidentata” nello spazio di Fourteen ArTellaro. Abbiamo deciso di riempire tutto lo spazio di disegni, senza soluzione di continuità, in modo accidentale appunto. È venuta fuori una sorta di cripta istoriata, con al centro una base su cui stava una mia agenda anch’essa “istoriata”. Un piccolo spazio sacro, diciamo. Comunque mi piacerebbe continuare ad approfondire l’idea del disegno come installazione. Certo che con i miei tempi dilatati, chissà se ci riuscirò mai.
Gabriele Landi: Un altro aspetto di cui ti vorrei chiedere riguarda il tempo del lavoro. Ti capita spesso di ritornare in tempi diversi sullo stesso disegno o procedi tutto d’un fiato?
Riccardo Gemma: A volte vado a ruota libera, tutto d’un fiato, e sono le cose che funzionano meglio. A volte inizio, lascio lì il disegno a pensarsi, poi lo riguardo e ricomincio. Dopo penso che era meglio lasciarlo com’era. Allora riprendo la penna e scarabocchio sul pezzo che non mi piace in modo anche abbastanza furioso, fino a farlo scomparire sotto un groviglio scuro di segni. Poi magari aggiungo qualche altro elemento e alla fine mi funziona. Spesso però non funziona, così prendo l’inchiostro nero e ricopro nuovamente, finché il disegno non diventa una macchia nera informe su un foglio praticamente macinato. Così alla fine butto tutto. È un processo interessante. Prime parlavo di apparizione, ecco, questa invece è la sparizione. È un proseguire ostinatamente verso il baratro, ogni tentativo per cercare di dare ordine al caos mi porta a questa forma di entropia. Tutto questo, in altri termini, potremmo definirlo come fallimento. È un processo interessante.
Il problema è mettersi nelle condizioni giuste per fare le cose, trovare una sorta di stato di grazia, anche quando non se ne ha voglia. Ecco perché bisogna riuscire a non pensare quando si lavora. Carmelo Bene diceva “io non penso, depenso”, in questo modo l’arte e l’artista diventano un flusso unico e l’arte si manifesta mentre avviene. Questo è un metodo prima di tutto performativo teatrale naturalmente, tuttavia è un metodo che mi affascina, talvolta mi illumina. Il non pensiero.
Per tornare brevemente alla tua domanda, l’errore più grosso che si può fare è tornare su cose fatte molto anni prima, tentando di migliorarle. Altra carta da buttare. Certe cose hanno senso e verità proprio perché sono state fatte in un particolare momento e in un particolare stato d’animo, anche se magari restano non perfettamente riuscite o non finite. Guai a rimetterci le mani, sarebbe come negare, cancellare un pezzo di vita. Alla peggio quei lavori non li vedrà mai nessuno. Non è grave.
Biografia
Riccardo Gemma è nato a Roma nel 1963.
È grafico e disegnatore. Dopo il Liceo Artistico si diploma allo IED.
Come grafico lavora da freelance prevalentemente nell’editoria per l’arte contemporanea. Ha collaborato con innumerevoli artisti, gallerie, fondazioni, musei. Tutt’ora, tra gli altri, collabora con il Palazzo delle Esposizioni di Roma e il Maxxi. Ha inoltre progettato e realizzato l’immagine per eventi d’arte contemporanea ed altri eventi istituzionali.
Come artista ha esposto alla Galleria Ugo Ferranti (Roma) nel 2008, all’open studio di Via Portonaccio (Roma) nel 2009, ha partecipato alle rassegne di FourteenArtTellaro (Tellaro, La Spezia) nel 2019 e nel 2022.

Penna biro, inchiostro e collage su carta, cm 29,7 x 21

Foto M. Paris

Penna biro su carta, cm 29,7 x 21

Penna biro e pennarello su carta, cm 21 x 15. Collezione privata

Penna biro, pennarello e matita su carta, cm 21 x 21 circa

Penna biro su carta, cm 29,7 x 21

Penna biro e inchiostro su carta,
cm 25 x 34

Penna biro e salsa di soia su carta, cm 21 x 15

Penna biro e matita su carta,
cm 15 x 21
