#paroladartista #intervistaartista #gionidavidparra
Gabriele Landi: Ciao Gioni, che importanza attribuisci nel tuo lavoro a parole come trascendente, sacro, simbolo e spirituale?
Gioni David Parra: Nella composizione della domanda che mi poni il termine che mi offre una chiave per la risposta è “lavoro”. Penso al processo che porta la mente dello scultore ad affidarsi all’intelligenza delle mani, dove tutti i suoi significati si condensano nell’azione. Si finisce così sul pezzo a testa bassa, chini sulla pratica, smarrendo la visione d’insieme. Un vero e proprio svuotamento del proprio ego, totalmente compresi, in questo concentrato di muscoli e nervi. Un’autentico condensato di Homo Faber. Tutto è compreso in quel creare o pregare? Ecco come l’opera d’arte e la spiritualità diventano indivisibili. E a proposito devo aggiungere che non plasmando la pietra a fini decorativi o narrativi ne rimane intatta tutta la sua sacralità. Questo attraverso processi analitici che includono la materia vergine e inalterata all’interno dei miei lavori denominati Nocube. Inoltre, le mie Bladelight/lame di luce, pur non aspirando al simbolico, si affermano come elementi strutturali nella loro molteplice e infinita unicità. Possiamo dunque dedurre che la scultura, mentre ci avvolge di nubi materiche, afferma la nostra immanenza nello scolpire l’attimo. E così guidati da ancestrali e ciechi saperi, avanziamo a stenti, mentre ci si chiede se non sia questa la strada per l’eternità.
Gabriele Landi: Hai mai avuto dubbi su quello che fai?
Gioni David Parra: Il dubbio come principio della conoscenza di cartesiana memoria mi ha sempre accompagnato e interrogato. Tenuto conto che il famoso, io so di non sapere, enunciato da Socrate porta Platone a suggerirci “il metodo”.Attraverso domande continue e assestate possiamo svelare le verità più necessarie alla crescita e alla presa di coscenza di noi stessi. Così il dubbio veste un ruolo centrale per progettare e fare arte. Un dubbio nutrito di studio e di spirito critico. Lontano dalle miserie del circo mediatico che riconosce l’arte soltanto pre gridare l’ultima provocazione o l’ennesimo roboante record d’asta. Ovviamente possiamo procedere per tentativi ma coscienti che l’obiettivo prioritario per un artista è quello di farsi autore. Capace di costruire un linguaggio forte di un alfabeto e di una grammatica singolare e riconoscibile. Mirando a quella storia dell’arte che trasversalmente ha portato il contemporaneo a farsi classico.Un classico capace di equilibri improbabili e inattesi, tra materia e luce, nelle strutture leggere che rinnovano la scultura delle collezioni più illuminate. E chissà se un giorno come è già accaduto a Fontana e Burri o a Melotti e Uncini quel lungo e insaziabile faticare non porti a conseguire la propria “Maestria”. La Maestria del cieco che accoglie la luce squarciando la più profonda delle buie caverne.
Gabriele Landi: Per perseguire questi obbiettivi, molto alti, hai abbracciato una disciplina, un rigore ascetico?
Gioni David Parra: Il rigore serve decisamente nella sua forma più severa. Un rigore tecnico e professionale per chiedere sempre il meglio a noi stessi. Non di meno un rigore critico per giudicare lucidamente il nostro operato. E per rendere automatica questa leva dipende proprio dalla disciplina che ci diamo e osserviamo. Dico questo per sgomberare il campo dai facili clichè che vanno dall’improvvisa ispirazione dell’artista al tutto genio e sregolatezza del medesimo. Oggi dopo quanto storicamente è già stato detto e fatto non esistono più i margini per questi luoghi comuni. E il dejavù è sempre in agguato pronto a fagocitare tutto. Ecco perchè quegli obiettivi che hai definito “molto alti” devono tornare a essere norma quotidiana. Perchè l’arte contemporanea è sempre stata alta, molto alta, fino a quando gli artisti non hanno scambiato la ricerca con il mercato. Fino a quando la critica non ha sostituito l’analisi con il giornalismo. Fino a quando la fiera non ha sostituito la galleria con il bazar e così via…Ma non è il caso di disperare. Ci sono intorno a noi artisti, critici, storici, collezionisti, galleristi, ecc. che sanno ancora praticare l’arte, la critica, il collezionismo e allestire le opere con ragioni tematiche e spaziali. E questo è dimostrato che può essere ben fatto in sedi istituzionali, gallerie e perfino in fiera. E per fortuna sono tanti coloro che vogliono riportare l’arte al centro della cultura per distinguersi dal mondo del Glamour e dello spettacolo. Proponendo l’arte come una forma di pensiero e di linguaggi visivi che richiedono una attenta partecipazione. Muniti di un ascolto dedicato, a questa voce unica, che risuona nel tempo dalle vette più alte dell’umano ingegno.
Gabriele Landi: Cosa ti guida nella scelta dei materiali che impieghi nei tuoi lavori?
Gioni David Parra: Dobbiamo distinguere almeno due grandi fasi della mia carriera artistica. Un primo lungo periodo errabondo di lavori con tecniche disparate. Gonfie di studi, viaggi e incontri che forgiano il mio animo e che possiamo identificare come libera Accademia. Infatti in età giovanile quando dalla pittura sono passato a sperimentare la terza dimensione ho impiegato vari materiali. Devo precisare che già la pittura si andava sempre più identificando verso la materia. Così sono cresciuto manipolando legno, ferro, acciaio, alluminio, resine, ecc. fino a toccare il bronzo. Con l’esperienza in fonderia si incamerano tecniche primordiali e si frequentano i dotti artigiani che con gesti esatti e sicuri ci iniziano a saperi millenari. Ne sono uscito cosciente che l’arte per me, non poteva essere casuale o estemporanea. Dovevo farmi strumento e essenza dell’opera stessa attraverso l’esercizio quotidiano. In seguito è arrivato il marmo e l’amore per le pietre in genere. E se per molti artisti sotto le Apuane è scontato l’uso del marmo, non lo si può certo sostenere nel mio caso. La mia cultura di formazione rifiutava a priori la scultura di tradizione. Guardavo da tempo a ricerche più “leggere”, alternative alla marmorea monumentalità, tenendo come riferimento artisti sicuramente materici ma di stampo lirico e spazialista. Poi il caso e l’ossessivo fascino per le sfide mi hanno condotto nei laboratori versiliesi del marmo. E mentre le mani si facevano ferme e sapienti è scoccata la scintilla amorosa. Si diventa scultori per amore della materia. Ma il “Marmoros” non sarebbe stato sufficiente a sostenere nel tempo il sodalizio. Ecco che da subito la mia sfida ha indirizzato “la pietra splendente” verso una scultura liberata da ogni greve narrazione decorativa. Dunque nell’alleggerimento del marmo, disteso come vele al vento, ho iniziato a solcare il mio mare dopo aver attraversato Oceani ansiosi e tumultuosi. Possiamo dire che nella prima lunga fase mi ha guidato nella scelta dei materiali la curiosità e il furore. Oggi le scelte sono funzionali al linguaggio della mia scultura strutturale. S/Connessa in rapporti contrastanti o omogenei. E mentre la conoscenza e l’uso del marmo si amplia nelle “bianche” realizzazioni, per contro i graniti e altre pietre colorano il resto della gamma espressiva. Nell’infinito gioco delle combine dove la mia scultura incontra o si scontra con la pittura, il tessuto, il legno, il ferro, ecc. In un continuo eterno ritorno di esperienze e materiali.
Gioni David Parra pittore, scultore e scenografo nato in provincia di Pisa nel 1962. Dopo anni di affinamento tecnico e tematico, ha da qualche tempo rinnovato e quindi assestato il suo linguaggio sulla ricerca e la pratica di un concetto di ‘germinazione’ tale da risvegliare visioni dell’originario, intercettare le forze nascoste e gli accenni delle cose anteriori al lorostesso farsi ‘mondo’, espressione manifesta godibile o terrifica.
Per questo il suo linguaggio è composito, si fa carico di molte tecniche in una sola opera e si presenta intensamente materico. Il risultato è un felice accordo tra la sua inquieta creatività e il dinamismo metamorfico delle materie impiegate. Come scrive il critico Valerio Dehò nel suo testo “Oltre la materia”: Le “Bladelight” di Gioni David Parra sono programmatiche per dichiarare le intenzioni dell’artista circa il materiale che adopera con maggiore assiduità: il marmo.
La sua idea, assolutamente contemporanea, è quella di ribaltare la percezione comune di questo prezioso e classico materiale scultoreo, sottraendolo da ogni qualsivoglia monumentalità. Per questo l’artista crea delle “lame di luce” che siano
anche componibili, cioè qualcosa che possa variare a seconda delle funzionalità estetiche e nello stesso tempo di duttile, di sempre rinnovabile. Una poetica che fa il verso all’eternità del marmo, alla sua sopravvivenza estetica, pur contemporaneamente esaltandolo in una nuova versione, in una forma diversa e inaspettata.
Si tratta inoltre di usare il materiale di per sé, per quello che rappresenta senza assumere significazioni eterodirette. il marmo, la sua storia, spesso esaltata dalla foglia d’oro che costituisce un altro materiale straordinario e con un peso specifico formidabile e che è una specie di fil rouge che accompagna tutta la storia dell’arte (come il marmo del resto).
Questa componibilità fa sì che le “Bladelight Concert”, in quanto elementi separati che dialogano assieme per formare un’opera unica, possano essere sia fissate a parete, sia poste su di un piedistallo per diventare delle steli. Questa duttilità le fa diventare delle opere aperte, non chiuse rispetto alla loro possibilità espressiva. Parra inserisce nelle fenditure del materiale materiali di contrasto e di poeticità minimale che esaltano il marmo, il suo lucore.
L’idea di un concerto nasce proprio dal desiderio di armonia. in fondo l’artista pone il problema di come rendere queste forme elementari e gli sguardi e le fenditure, qualcosa di non violento. oppure si tratta di valutare la fenditura come un prodotto positivo, come una nascita di una dimensione altra, nuova, come il segno di una nuova nascita”. Significativa la collocazione delle “Bladelight Concert X” che sono state incluse tra le opere permanenti nel Parco Scultura di Portofino al fianco dei più grandi nomi di fama internazionale.
Diverse le serie sviluppate negli ultimi anni di lavoro dal titolo Nocube, Stonelight, MatterConceptual… dove il marmo è sempre al centro dell’attenzione sia quando è rapportato su tela alla pittura e sia quando è interpretato come scultura o installazione,Tra le opere pubbliche permanenti “l’Obelisco di luce” con i suoi 12 metri di altezza e i suoi 2500 chili di stazza in acciaio rappresenta l’apice del suo lavoro. Al momento Parra vive a Viareggio e lavora a Pietrasanta in provincia di Lucca. E’ presente e pubblicato in numerose fiere del panorama nazionale e internazionale. Collabora con gallerie prestigiose e diverse sue opere sono presenti in fondazioni museali e importanti collezioni sia italiane che estere.


Casa-Atelier Parra,Bladelight Concert Monumentale II e III, 2020, Granito nero e Azul Bahia con foglia oro su lastra in acciaio e base in Travertino e Bardiglio, cm 220x52x50

Gioni David Parra
Dancing Bladelight monumentale I, 2020, olio su tela con inserti in granito nero e foglia oro, cm 200x300x7 – Collezione Privata

Nocube V – Studio per un monumento al Poeta – , 2020, marmo bianco di Carrara, foglia oro e alloro, cm 22x60x45. Opera x Museo di Montecassino – Abitò con se stesso – Guarneri, Marchegiani, Parra, Rea

MatterConceptual , 2019, acrilico bianco e marmo Statuario con foglia oro – olio su tela con marmo nero Belgio e foglia oro, cm 120x100x7 cad.

Stone Textures XI, 2020, granito nero, foglia oro e Jacquard damascato oro e foglia oro, cm 150x100x7

Bladelight Concert II, 2019, marmo bianco Carrara, nero Belgio e foglia oro, cm 113x56x7
