Intervista a più voci a Gabriele Salvaterra

Le voci sono quelle di Thomas Scalco, Elisa Grezzani, Miriam Montani, Debora Fella Michele Parisi

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Thomas Scalco: Ci racconti, se ce ne sono stati, quali incontri con le Immagini hanno influenzato in modo decisivo il tuo modo di vedere la realtà?

Gabriele Salvaterra: Gli incontri sono stati tanti ma alcuni, volente o nolente, hanno rappresentato degli eventi che si sono impressi in maniera indelebile nella mia memoria, definendo, forse, anche il mio percorso successivo. Il primo, avvolto nelle nebbie del ricordo, è costituito da mia nonna che, proprio sotto casa dei miei genitori a Trento, mi mostra e mi racconta il monumento ad Alcide Degasperi di Antonio Berti, opera forse più nota per essere stata elencata nel libro sul kitsch da Gillo Dorfles. Ero comunque molto affascinato e inquietato da quelle figure di bronzo avvinghiate e stipate in piccoli spazi a rappresentare l’Italia prima e dopo il boom economico. Poi, alle elementari, in un contesto più giocoso e consapevole, una visita scolastica alla Casa d’Arte Futurista Depero di Rovereto (TN): un tuffo nella felicità creativa, nel colore e nell’eclettismo che mi fece innamorare di quella cosa chiamata arte. Infine, all’università, in una gita organizzata per il corso di studi in arte, la visione scioccante del lavoro di Hans Bellmer (La Poupée) al museo Scharf-Gerstenberg di Berlino: un oggetto inanimato, una bambola, che ricambia il tuo sguardo rendendone evidente la natura predatoria e aggressiva. Si tratta di tre incontri particolari e parziali forse che però hanno mosso qualcosa nel profondo.

Elisa Grezzani: Spesso si parla dei curatori, delle curatrici, come artisti o artiste mancate o che non hanno avuto la possibilità o il coraggio di intraprendere una propria via come artista. Anche il curatore a modo suo vuole raccontare una storia, esprimere una propria sensibilità e creatività. Dove ti muovi tra il raccontare la tua e il metterti “al servizio” delle opere/degli artisti che scegli?

Gabriele Salvaterra: Non credo di potermi definire curatore nel senso di artista fallito e reinventato alternativamente. È vero però quello che dici, c’è un altissimo tasso di creatività in questo mestiere, a partire dall’invenzione di un concept espositivo che è comunque una narrazione che si dispiega in uno spazio reale, con una sua grammatica di nessi e rapporti, fino alla scrittura in sé, una produzione letteraria comprensibilmente di nicchia ma che può avere una propria piccola autonomia estetica.

Tenere la barra è un sottile bilico, il fine è sempre il lavoro gregario nei confronti dell’arte e dell’artista, in questa missione, che non va mai dimenticata, si possono poi recuperare spazi residuali di soggettività e invenzione. Ma la tentazione della strumentalizzazione è sempre dietro l’angolo per questo penso sia importante mantenere rapporti diretti con gli artisti per non rischiare di tradirne gli intenti.

Miriam Montani: Caro Gabriele, apprezzo molto nel tuo essere curatore l’aspetto propriamente di cura verso gli artisti, visto che segui in modo ravvicinato e nel tempo la ricerca di alcunə di loro. Molti di questə artistə si occupano di pittura. Cosa cerchi nella Pittura, una questione di “pelle”, di contenuti o entrambi?

Gabriele Salvaterra: Forse il mio interesse per la pittura e per i medium considerati “in ritardo” deriva dalla naturale tendenza di chiunque a simpatizzare per il NERD, per l’outsider, per lo “sfigato” o per la “squadra materasso” che non ci si aspetta mai che possa battere la testa di serie. Durante la mia formazione, durante i primi anni 2000, la pittura era un po’ così anche se adesso molte cose sono cambiate e tanti finti discorsi vertenti sul complesso di inferiorità di questa tecnica sono funzionali solo a fare leva su certe perverse dinamiche di mercato. Semplicemente la pittura è un medium come altri, con essa si possono fare cose splendide e cose terribili. C’è stato un periodo in cui bastava fare dell’installazione per essere significativi… tutti questi discorsi sono in fondo superflui, l’aspetto più importante è la qualità, la presenza, la potenza di ciò che ci si trova davanti.

Per la pittura è comunque decisamente una questione di pelle. La sua forza sta nella sua superficialità, nel suo essere estremamente immediata ed esibita. Difficilmente ci si può nascondere nella pittura e questo mi piace molto. Non si può fare i furbi. La sua peculiarità è proprio che, in essa, la pelle è i contenuti.

Rispetto al mio rapporto continuativo con un circolo relativamente ristretto di artisti è forse il mio modo di abbandonarmi a una sorta di utile pigrizia e, allo stesso tempo, combattere un approccio eccessivamente professionale e mercenario alla curatela, una pseudo-professione che ha bisogno di un certo grado di libertà e indipendenza.

Debora Fella: Nel contesto odierno in cui i linguaggi artistici ed espressivi si stanno orientando verso una serie di nuove esperienze estetiche, mi sembra che il tuo sguardo sia rivolto in particolare al nascere di una nuova Pittura; condividi questa mia lettura? Potresti evidenziare i cambiamenti e le differenze tra i pittori degli anni ’90/2000 e quelli attuali?

Gabriele Salvaterra: Certo, vedo che l’interesse verso la pittura non è sfuggito a nessuno degli artisti invitati in questo scambio. Non so davvero se sia possibile, nel momento in cui accadono, riconoscere innovazioni espressive realmente di rottura rispetto al passato. Più anzi passa il tempo più tendo a vedere qualsiasi cosa nella prospettiva di macro-aree espressive che cambiano forse nelle forme esteriori mantenendo molto simili intenti e urgenze: equilibrio, razionalità, espressione, controllo, decorazione, politica, evasione, denuncia, piacevolezza, disturbo, centralità, eversione ecc. Questo per dire che anche la novità è spesso un falso problema ed è forse preferibile considerare (qui sono debitore agli artisti) il mondo estetico-espressivo come un grande territorio nel quale muoversi, più che come una linea, chiaramente delineata. La cosa buona è che anche il tentativo di ritorno più sfacciato a uno stile passato, la volontà di regressione più esplicita, non potranno mai annullare il moto del tempo che rende tutto diverso e che tradisce ogni intento, spingendolo in avanti.

In questo stato di cose forse per i pittori anni Novanta e Duemila, sull’onda di uno slancio ancor vivo del Postmoderno, l’avventurarsi nei territori delle estetiche aveva un piglio più energetico e ludico. Oggi, da un lato, vedo più malinconia, forse anche auto-indulgenza, mentre dall’altro pura dimenticanza del passato. Ma è davvero difficile fare un’analisi chiara, gli operatori sono tanti e ognuno è un universo a sé…

Michele Parisi: Nella molteplicità dei linguaggi pittorici che hai potuto osservare e confrontare nel tuo ruolo, hai potuto negli anni arrivare a una tua idea di pittura, a una tua concezione estetica. In particolare nella pittura cosiddetta figurativa, quando la “figurazione” cessa di essere parte di un tuo pensiero artistico e quando rientra invece nelle tue geografie emozionali?

Gabriele Salvaterra: Come dicevo a Debora trovo molto difficile riuscire a dare una lettura storica, distaccata, del tempo in cui sto vivendo, anche a livello pittorico. È davvero un caleidoscopio di generi e possibilità… Le “geografie emozionali” di cui tu parli quindi possono essere una buona guida per avvicinarsi alle cose sulla scorta di innamoramenti e coinvolgimenti repentini, anche se poi il tutto va vagliato più a freddo e razionalmente per verificare se sotto questo primo interesse c’è davvero della sostanza, c’è davvero, come in una miniera, una vena che merita di essere seguita. La mia idea di pittura non esiste quindi o esiste nella più totale variabilità. Credo che negli esiti di un’espressione si debbano ricostruire facilmente gli intenti dell’autore e che, in questo percorso si debba riconoscere anche un’onestà e una coerenza interiore, un esporsi coraggioso e autentico. Così ammiro le pitture più misteriose e nebulose, più sfacciate e pop, più concettuali e fredde, più pazze e demenziali, più processuali e sgraziate, più aristocratiche e vellutate… Forse è proprio il vostro lavoro ad avermi insegnato ad apprezzare tutto ciò.