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Gabriele Landi: Ciao Laura, da qualche anno a questa parte hai preso a lavorare con gli spilli sul velluto come sei arrivata a questi lavori?
Laura Patacchia: Sì, in questi ultimi anni ho ripreso a lavorare con gli spilli, ho iniziato molti anni fa, nel lontano 1998. Nei primi lavori forse ho sviluppato un interesse nel volume, cioè m’incuriosiva soprattutto l’oggetto in sé ai fini del suo essere in utilizzo. Mi piaceva l’idea di lavorare sulla trasformazione dell’immagine per ribaltarne l’archetipo.
Intervenivo su oggetti di uso comune, scegliendoli soprattutto per i loro contenuti simbolici. Perché sentivo lo spillo carico di significato e significante, e lavoravo nel tentativo di ribaltare i contenuti, trasformando la superficie degli oggetti scelti, come una NUOVA PELLE.
Cercavo sempre l’immagine di un’intimità remota, lontana e nascosta nel profondo dell’essere umano.
Una sottoveste da donna, dei guanti da sposa, un cuscino…. Da oggetti intimi e delicati che erano, si sono trasformati in corazze difensive, grazie al ricamo di spilli.
Perché lo spillo trafigge, penetra e poi attraversa la superficie, creando una sorta di ricamo.
Tra l’opaco del tessuto e il lucido dell’acciaio, c’è una contrapposizione, uno assorbe la luce e l’altro la riflette, però quest’aspetto del lavoro l’ho sviluppato solo dopo.
G.L. : La pratica del ricamo è diventata una delle icone dell’arte al femminile, non pensi che questo possa costituire un limite?
L. P. : Ma sai io non credo che ci sia un’arte di genere, come non penso assolutamente che la condizione di essere donna possa essere un limite, c’è una persona con le sue necessità e la sua storia.
Qualsiasi strumento di lavoro può essere limitante, dipende.
Nella mia ricerca c’è sicuramente una forte sensibilità verso la condizione umana, cerco di scendere dentro, e quindi inevitabilmente scavo, anche dentro di me, cerco le radici,
le radici di una storia che trascende l’individuale.
Provengo da una cultura dove, il ricamo, il rosario, la religione, hanno una valenza popolare, culturale e antropologica, come molte altre simbologie. Ogni artista sa cosa conserva l’armadio della sua casa onirica, nel mio c’è una dimora sperduta e lontana, spesso un ammasso di intime oscurità, sulle quali ho necessità di far luce.
E comunque nel caso ci si trovasse di fronte a dei limiti, è proprio perché bisogna superarli.
Per esempio, dentro la mia storia personale, c’è la minuziosa manualità di mio padre nel lavorare i materiali ferrosi e legnosi, quella di mia madre e mia nonna a lavorare con l’uncinetto e il ricamo materiali morbidi. Allora le mie radici stanno nella parte femminile di mio padre oppure nella parte maschile di mia madre?
G.L. Mi sembra che questi lavori abbiano anche una forte valenza pittorica. Li hai mai pensati in questi termini?
L. P. : A dirti la verità io non li sento pittorici, per me hanno una valenza di dolore nel rapporto con il quotidiano, navigo nell’oscurità, e sento questa struttura come una seconda PELLE, una possibile seconda rinascita luminosa, probabilmente ho bisogno di fare luce su quello che mi è mancato e che non ho avuto.
Sono io stessa ad avere bisogno di luce interna, è uno stato di “essere desiderante”, in continuo divenire, nel mondo interno, e sempre in rapporto al buio.
È un discorso di bagliore e penombra, come una luce che esce dagli abissi umani.
Penso che il discorso della luce appartenga di più al mondo della scultura.
In effetti, se ci pensi bene, io non rappresento la luce come fanno i pittori, ma cerco di catturare quella vera attraverso lo spillo di acciaio, attraverso il suo riflesso.
Il primo lavoro del 1998 è stato un arazzo, realizzato con una grande stoffa bianca, è vero che si trattava di una superficie, però infilando spilli, m’incuriosiva quel contrasto tra materia e luce, essi inoltre penetrando e attraversando la materia andavano creando due corpi, quello sotto nascosto, quello sopra visibile e luminoso.
Si tratta di “nascondere svelando”, attraverso un FLUSSO di LUMINESCENZE.
Un po’ come accade al corpo umano, le esperienze più interessanti vanno cercate nelle parti più profonde e nascoste, è l’EROS.
Il senso più importante del nostro corpo è il tatto, ci dà coscienza della profondità o dello spessore e della forma, tastiamo, amiamo e odiamo, ci irritiamo o commuoviamo grazie ai corpuscoli tattili della nostra pelle. Il nostro corpo ne è completamente ricoperto, il primo a formarsi e il più sensibile dei nostri organi, il nostro primo mezzo di comunicazione ed anche il più efficiente dei mezzi di protezione. La pelle come organo è il più esteso del corpo, ha una MEMORIA e l’esperienza tattile o la sua mancanza influisce sul nostro comportamento.
Terminato il primo lavoro, l’arazzo, l’ho archiviato per circa quindici anni, quando l’ho ritrovato, ho visto qualcosa che non mi aspettavo, inizialmente l’ho dato per rovinato: la parte metallica da color argento era diventata quasi d’orata, il tessuto era segnato, RUGGINE, diffusa in molte parti di penetrazione e una grande macchia centrale. Ho accolto l’epifania e ripreso quindi a lavorarci, lasciando tutti i segni che la ruggine nel tempo aveva lasciato, lasciando anche dei silenzi. Come accade alla nostra pelle quando la vita lascia i suoi segni.
Forse qui è avvenuto il primo RAPPORTO CROMATICO.
La ruggine non è forse un’estroversione del dolore? Non è forse l’immagine materiale di un dispiacere che rode?
Questo è accaduto poi con altri lavori, ARAZZI, TELE e CUSCINI, in cui la procedura di realizzazione è legata anche al tempo d’invecchiamento, perché solo nel “dopo” riescono a svelare i propri misteri, e trasformare quindi la sostanza in valore; con le TELE LACRIMOSE credo si accaduto qualcosa di diverso.
G.L. : Che importanza ha l’aspetto rituale in questo lavoro?
L. P. : L’aspetto rituale è la condizione senza la quale questo lavoro non potrebbe esistere, sia nella procedura esecutiva sia nei contenuti.
Lavorare con gli spilli implica movimenti ripetitivi in un tempo molto lungo, è una sorta di mantra, inoltre lo spillo ha di per sé un valore simbolico.
Qui la sofferenza è diluita nel tempo, come a volerla ESORCIZZARE. Nel lavoro c’è un DESIDERIO DI GUARIGIONE. È quello che accade in alcune nostre culture che ancora mantengono delle forti tradizioni popolari, l’ho capito soprattutto con le TETE LACRIMOSE.
Queste presenze nere che piangono attraverso la luce, dentro di me, le ho collegate al “Pianto rituale” di “De Martino”; nella nostra cultura antica le PREFICHE, donne vestite di nero, attraverso il lamento funebre evitano la follia che può nascere dal dolore, un vero e proprio rituale della lamentazione che con il ripetersi di frasi e invocazioni indica il desiderio di diluire il dolore nel tempo, proprio come accade in questi miei lavori.
G.L. : Laura ti sei mai punta con gli spilli?
L. P. : Sorrido all’ironia della domanda, in pratica sempre.
Diciamo che le mie mani non sono proprio quelle all’ultima moda, perché per governare il movimento dello spillo, devo sostenere e impugnare il tessuto con la mano sinistra, e arrivata a un certo punto del lavoro ho mani gonfie e polpastrelli segnati.
Insomma, morale della favola, l’ideale sarebbe un assistente manicure.
LAURA P nasce a Terni il 9.06.74
Mostre Principali: 1996 Perugia “LINEARMENTE” Galleria Atelier/ 1999 Volterra “SCENA IMPOSSIBILE”/ 2001 “CARTUSIA” Certosa di Pontignano, Sarajevo “BIENNALE GIOVANI ARTISTI EUROPA E MEDITERRANEO”, Trevi Flash Art Museum per “LINEA UMBRA-01”/ 2004 Alassio “FILIGRANE” Ex Chiesa Anglicana/ 2006 Treviso L’ARTE PER IL COSTRUIRE” ANCE / 2008 Ancona “ARRIVI E PARTENZE”/ 2011 Varese “ABITUALMENTE” Galleria Duet/ 2012 Burghley “FLORA AND FAUNA” Sculpture Garden/ 2013 “COSI’ IN CIEO COME IN TERRA” Carapace di Arnaldo Pomodoro/ opera in ensamble “EST QUE TU PEUX ME VOIR”, Biennale Magna Grecia(CS)/ Perugia “TULL MUM EVERYTHING IS OK” Palazzo Penna/ Foligno “RICOGNIZIONE 2014” Museo Ciac/ 2016 Bucarest “EUROPEAN CUTENESS ART” Palazzo del Parlamento/ Sofia “EUROPEAN CUTENESS ART” National Gallery Arsenal Museum For Contemporary Art/ 2017 Chiusi “LA CITTA DI PERLA” Spazio Ulisse/ 2018 Perugia ”BRANA” Fuseum/ 2019 Todi “OPEN DOORS” mostra collettiva diffusa per Todi Festival
Biografia aggiornata al momento della prima pubblicazione di questa conversazione.

aspettAmi tessiture tela lacrimosa spilli su velluto nero, tela cm60x80 2016
ph Ernesto Franco

aspettAmi-tessiture arazzo particolare spilli su tessuto cm71x125 1998

aspettAmi-tessiture tele lacrimose spilli su velluto nero, tela particolare di installazione cm320x80 2016/2019
ph Ernesto Franco

aspettAmi-tessiture
cuscino spilli su tessuto 1998
ph Ernesto Franco

aspettAmi-tessiture
tele lacrimose spilli su velluto grigio scuro, tela cm60x80 2016
ph Ernesto Franco

aspettAmi-tessiture
abito spilli su tessuto
misure umane 2000

aspettAmi-tessiture
guanti spilli su raso, filo di cachemere 2005

aspettAmi-tessiture
guanti spilli su raso, filo di cachemere 2005

