Intervista a più voci con Giacinto Di Pietrantonio
Le voci sono quelle di Enzo Cucchi, Alberto Garutti, Vanessa Beecroft, Michelangelo Pistoletto, Paola Pivi, Pietro Roccasalva e Jan Fabre
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Enzo Cucchi: Giacinto, Che pesce sei? abruzzese o marchigiano?
Giacinto Di Pietrantonio: La domanda sembra essere completamente astrusa, ma non lo è, in quanto pone la questione di essere un animale che diventa qualcosa di visionario e originario come lo è tutto il lavoro di Cucchi. Ogni domanda per l’altro è, infatti, anche una domanda per se e sul sé. La questione è che il rapporto tra noi due nasce anche dalla regionalità di confine, quindi dal genius loci, che è una specifica del tuo lavoro. Noto che il pesce è presente in alcune tue fondamentali opere di fine anni settanta, inizio ottanta, come ad esempio: Pesce in Schiena del mare Adriatico del 1980, o Un quadro che sfiora il mare del 1983 e altri. Le nostre regionalità ci accompagnano nella relazione professionale anche nel linguaggio dialettale; penso a due tue mostre fatte in Abruzzo e da me curate, in cui nella prima il mio testo in catalogo, in forma di inserto centrale di 4 pagine sul quotidiano abruzzese Il Centro era tutto scritto in dialetto abruzzese per la mostra di Cesare Manzo, oppure il tazebao murale nella mostra all’ARCA di Teramo in cui scrivesti sul muro in dialetto abruzzese un testo da me dettato all’istante. Non abbiamo mai fatto insieme una mostra nelle Marche, quando sarà penso che faremo un catalogo, o qualcosa in dialetto marchigiano, senza per questo scomodare la dietrologia pasoliniana. Ma per entrare ancora più nella risposta alla tua domanda devo dire che non sono un pesce, ma una volpe abruzzese. Certo non per mio merito, ma di mio nonno Giacinto che era soprannominato la Volp (la Volpe), un soprannome che si è poi esteso ai figli ai nipoti, anche se non siamo furbi come lui che ingannò più volte i tedeschi che occupavano il nostro paesello Lettomanoppello, sfuggendo così ai rastrellamenti. Il soprannome è fondante e significante, orienta pure. Nel mio paese se chiedi di una persona senza il soprannome il più delle volte non si sa a chi ci si riferisce. Se chiedi di Rosario Di Pietrantonio, quasi nessuno ti sa dire chi è, ma se chiedi di Rusarje la Volp tutti ti lo conoscono e ti sanno anche indicare dove abita, eccetera. Così io finisco per essere Giacint la Volp lu fije de Rusarje la Volp, va specificato, altrimenti potrei essere scambiato per mio nonno, o anche per altri Giacinto Di Pietrantonio del paese. Questa cosa dei soprannomi è speciale, tutti ce l’hanno e in alcuni casi sono anche divertenti. Ad esempio come pensate che fu soprannominata mia nonna Angiuline Rutejne (Angelina Arrotino) quando andò in sposa a mio nonno paterno? Angiuline la Pellastr (la Pollastra). Da parte di mia Madre, Anna Aceto, mio padre Rusarje la Volp, sposò Annine Ciullucc (Anna Uccellino) figlia di Angiuline Ciullucc e Martemé Coccialongh (Bartolomeo Testalunga). Insomma sono animali terrestri e aerei a contrassegnarmi. Quindi niente pesce, d’altronde non poteva essere così essendo di paese di montagna alle pendici della Majella. A tal proposito mi piace riportare quando scrisse, negli anni Cinquanta, il segretario comunale Fedele Carriero arrivato dalla Toscana che il 29 settembre 195, stilò un elenco dattiloscritto di soprannomi lettesi dall’inequivocabile titolo; CHI LI CONOSCE? (Raccolta di Soprannomi di Lettomanoppello), scrivendo: “ Più che in altri luoghi ho rilevato una caratteristica, qui a Letto, quello di affibbiare nel più perfetto e comprensibile significato, soprannomi sonanti e ridanciani, di cui nessun s’offende, in verità mentre t’aiutan per l’identità di persone, senza sforzi vani…
Proseguendo con un elenco di oltre 200 di soprannomi a guisa di poesiola lunga 5 pagine:
…
C’è la Volpe, c’è Surgitte ( la Volpe e Sorcino)
C’è la Sorica e Capritte ( il Ratto e il Capretto)
C’è la Pellastre, la Picarella ( la Pollastra e la Piccola Pica)
C’è lu Corve e Cutuchelle ( il Corvo e il Cotechino)
C’è lu Lope c’è Gallucce (il Lupo e il Galletto)
C’è Caiole con Ciulluccio (la Tagliola e Uccellino)
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Alberto Garutti: Pensando alla tua bellissima idea curatoriale della mostra “Opera Prima” ti chiedo,caro Giacinto, quale sia stata la tua primissima esperienza nel tuo ruolo di curatore e come sei arrivato a quel primo passo?
Giacinto Di Pietrantonio: Mi stai chiedendo qual’è la mia Opera Prima come curatore, ma prima credo sia utile spiegare cos’è la mostra a cui tu ti riferisci. Opera Prima è una mostra che feci per la manifestazione Fuori Uso a Pescara nel 1994 in cui invitavo una trentina di artisti da Merz, Pistoletto, Acconci a Cucchi, Paladino, Cindy Sherman a esporre due opere: una di quando non erano ancora artisti e una di quanto erano diventati, o stati riconosciuti come artisti. Per cui c’erano i disegni dell’asilo di Wim Delvoye, il quaderno delle elementari di Cindy Sherman, i quadri tuoi, di Max Bill e di altri fatti all’età 12 – 13 anni e così via. Le opere erano esposte una di fianco all’altra in modo da far vedere che certi segni e forme caratteristici dell’artista erano già in essere. Per questo feci un catalogo dove misi in copertina il disegno che sta sulle confezioni dei pastelli Fila in cui si vede Giotto Pastorello che disegna su un masso una sua pecorella al pascolo, mentre è osservato da Cimabue. Ricordo che la mostra la vide l’allora giovanissimo Nicolas Bourriaud che la recensì scrivendo, cito a memoria, che Di Pietrantonio con quella mostra torna al Vasari de Le Vite. Comunque. erano passati circa 15 anni dalla mia prima mostra che feci per caso nel 1982. Studiavo all’Università DAMS (Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo) di Bologna e come tanti studenti fuori sede condividevo l’appartamento di via del Piombo, negli anni di Piombo, angolo via Fondazza dove aveva avuto lo studio Morasndi, con altri studenti: mio cugino Moreno, Ettore Spada di Catania che studiava da ingegnere e Luigi Mastrangelo molisano iscritto anche lui al DAMS. Un giorno Luigi torna a casa e mi dice che da lì a un paio di settimane fa una mostra con altri due amici Rinaldo Novali e Leonardo Santoli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Mi chiese. anche a nome degli altri, se volessi scrivere un breve testo per il pieghevole che avrebbe accompagnato la mostra. Preso dall’entusiasmo accettai subito. Era la prima volta. La cosa altrettanto, forse ancor più interessante, fu che andai con loro ad allestire la mostra che si teneva presso una nuova galleria. In realtà era una parte di spazio inutilizzato del corniciaio Lotti. Niente di nuovo, molte gallerie sono nate da corniciai, vedi Giorgio Marconi, o più recentemente Enrico Astuni, anche se la galleria in questione sita in via del Pratello a Bologna, dopo qualche anno smise di operare come spazio espositivo. Tuttavia l’essere andato ad allestire la mostra Allusione dei sensi, questa era il titolo, con Luigi, Leonardo e Rinaldo mi cambiò la prospettiva. Studiavo, pensando di fare poi il professore di Storia dell’Arte, sapevo poco e niente di curatela di mostre, soprattutto contemporanee, ma durante i giorni dell’allestimento mi divertì talmente tanto che prima ancora di inaugurare la mostra dissi: Ma finita questa ne facciamo un’altra? E così fu. La mostra successiva, sempre nel 1982, in cui cooptammo come curatore un altro nostro amico, Gilberto Pellizzola, si chiamava La Linea d’Ombra, titolo conradiano della ricerca del sé e dell’altro attraverso il viaggio. Forse questa è la mia prima vera mostra, perché in quella precedente era già quasi tutto deciso dagli artisti. Per La Linea d’Ombra decisi che ci dovevano essere anche degli artisti stranieri per fare un tentativo di internazionalità. Fu così che da solo andai a Colonia in autostop, dove visitai studi di giovani artisti e dopo una settimana scelsi: Thomas Rehbein e Rosemarie Trockel, allora anch’essi sconosciutissimi. Era il 1982. qualche anno dopo, Rosemarie Trockel era diventata la star che conosciamo, mentre Thomas Rebein è da una decina che ha smesso di fare l’artista e aperto una galleria a Colonia. Questa mostra era itinerante: Circolo Artistico a Bologna, galleria Tredici di Reggio Emilia e Scuola Elementare di Copparo in provincia di Ferrara. Da qui continuò il desiderio, voglia e coraggio di farne un’altra per Palazzo Farnese ad Ortona in Abruzzo che chiamai Linee di Scambio nel senso di scambio tra gli artisti e le discipline. Era una collettiva in cui invitai 29 artisti giovani italiani, accompagnato da un catalogo diviso in due parti: la prima dedicata agli artisti in mostra, la seconda, chiamata Schegge, dedicata alla creatività giovanile italiana con interventi di vari critici da varie regioni italiane, a cui avevo chiesto di parlare non solo dell’arte giovane, ma anche della nuova e sorgiva musica, design, teatro e cosi via. Con questo capii che il catalogo doveva essere anch’esso un progetto della mostra. Facevo tutto questo da solo, perché ero arrivato alla curatela per caso e quindi ignoravo il fatto che se volevi fare il curatore, allora non c’erano le scuole per curatori, dovevi diventare assistente di curatori già affermati tipo Barilli, Bonito Oliva. Io non lo feci, non per presunzione, ma per ignoranza, ma credo che fu anche la mia fortuna. Insomma oltre che una Volp, come si diceva allora, ero un cane sciolto. Comunque quella mostra di Ortona, fu notata, grazie a Giulio Ciavoliello che la recensì su Flash Art, da Giancarlo Politi che mi chiamò a collaborare prima esternamente e dopo un anno interamente come redattore a Flash Art ed entrai dalla porta principale nel sistema dell’arte.
Vanessa Beecroft: Caro Giacinto, ho sempre pensato che la tua forma di espressione artistica fosse la parola perché, nei tuoi testi o titoli si rivela quasi come una forma plastica e iconica come un’immagine. Ma se dovessi tu, invece, usare la forma artistica per esprimerti, diversa dalla parola, saresti in grado di descrivermi una tua opera d’arte immaginaria?
Giacinto Di Pietrantonio: Pur avendo un approccio fortemente visivo non solo all’arte, ma alla vita in generale per me è sempre stato difficile se non impossibile pensare, immaginare un’opera d’arte fatta da me. Questo nonostante abbia fatto anche studi artistici. Infatti, gìà da quando studiavo al Liceo Artistico a Pescara per me era molto chiaro che non ero e non avrei fatto l’artista e quindi prodotto, immaginato opere. La cosa chiara era il fatto che mi sarei occupato d’arte dal punto di vista della storia della critica; insomma che avrei affiancato gli artisti, perché mi piaceva l’arte, chi la faceva, il suo mondo. Per cui io mi esprimo certamente attraverso le opere, ma né immaginate e né fatte da me, ma dagli altri: gli artisti che sono il centro, insieme ai loro lavori, del mio interesse. Quello che so fare meglio e che mi viene spontaneo è il riconoscere un’opera di qualità che ha qualcosa da dire e anche l’artista che lo fa. Come ricorderai quando nel 1992, tu studiavi ancora a Brera, vidi i tuoi disegni, centinaia, rimasi folgorato. Riconobbi il talento e immaginai retroattivamente che se fossi stato un artista li avrei voluto fare io. Infatti la mia è un’immaginazione a seguire quella degli artisti. Per questo mi ritengo un fiancheggiatore.
Michelangelo Pistoletto: Caro Giacinto. Secondo te cos’è “anima”?
Giacinto Di Pietrantonio: Bella domanda, anche perché è la prima volta che me lo chiedono e quindi non è che abbia veramente mai avuto modo di pensarci. Lo faccio ora, cercando di non scivolare nella religione dove l’anima aleggia sulle acque primordiali. In ogni modo, se c’è da qualche parte io la trovo nella poetica dell’arte. Anche questa non si sa cosa sia e infatti dall’inizio dell’umanità arte e religione si prendono, si lasciano, si riprendono, si rilasciano, … ma se noi la decliniamo essa è il senso, il nocciolo del discorso e dunque dell’essere. Vale a dire chi siamo e siccome non lo sappiamo continuiamo a cercarlo e con essa a cercarci. Si potrebbe dire che è l’energia che ci spinge a porci domande. Dunque anima è una domanda, o tre in uno: Chi siamo? Da Dove Veniamo? Dove andiamo? Arte, Esistenza e Mondo.
Paola Pivi: Secondo te l’arte fino al 2010 aveva una funzione sociale sull’individuo che adesso ha perso perché l’individuo é costantemente collegato ad un altro tipo di costante influsso di informazioni?
Giacinto Di Pietrantonio: Per me l’arte ha da sempre una funzione sociale qualunque forma prenda. L’arte è un connettore e diffusore di energie e tra questo rilascio di energie c’è sempre anche una forma di socialità. Certo, c’è lo “spirito del tempo” che i tedeschi chiamano, più fascinosamente e filosoficamente Zeitgeist, ciò che per altri ancora è più prosaicamente moda, e dunque è anche una didascalia del momento. Ma a me non interessa la didascalia, interessa l’arte e questa deve poter funzionare sempre e non finzionare di funzionare. Quindi io cerco sempre tutto, la totalità dei saperi nelle opere d’arte. È vero che, ad esempio, un’opera di Barbara Kruger ha avuto più successo in un dato momento in cui c’era più attenzione a questioni del femminismo, oppure quella di Rashid Johnson acquista ulteriore senso ai tempi di Black Lives Matter, ma per me rimangono sempre della stessa intensità anche in tempi e spiriti diversi. Tuttavia, il fatto di essere collegato a un flusso di informazioni non credo faccia venire meno la responsabilità etica, morale dell’arte. Infatti in questi ultimi anni assistiamo all’attenzione per un arte che si occupa di questioni di gender, razziali, … e cosi via e così sia che io trovo anche in nelle tue sculture di orsi di peluche coloratissimi.
Pietro Roccasalva: A chi è capitato di nascere nello scorso millennio, i primi 20 anni di quello nuovo appaiono verosimilmente come un vero e proprio cambiamento d’epoca: Che impatto ha avuto nella tua vita, e in particolare nel tuo rapporto con l’arte visiva, l’avvento e la diffusione globale della chiesa Dataista?
Giacinto Di Pietrantonio: Bello il gioco di parole tra Dadaismo, movimento del secolo scorso, e Dataista che sta per la nuova condizione sociale in cui i dati, algoritmi fondano gran parte della nostra esistenza che lo vogliamo o meme. Ops! lapsus algoritmico: volevo dire meno. Anche qui non è che mi sia interrogato molto sull’impatto che questo cambiamento ha avuto su di me e sul mio rapporto con l’arte visiva. Certamente l’ha avuto e lo ha come per tutti, ma io credo di continuare a guardare all’arte come prima, nel senso che non mi pongo il problema se un artista stia lavorando o meno tenendo conto di questo mutamento. Questo perché la forma che l’arte da a se stessa è per me molto importante, per cui non mi basta che un artista lavori con delle buone intenzioni se poi non mi propone una formalizzazione convincente. Questo lo possiamo vedere nel tuo caso in cui lavori essenzialmente su due registri tecnici: disegno e pittura con i materiali tradizionali dell’arte e poi con immagini digitalizzate che però realizzi allo stesso modo di un dipinto, utilizzando il mouse al posto di matita e pennello. Ora queste due forme sono ambedue convincenti, perché non si escludono, ma sono inclusive l’una dell’altra. Naturalmente ci sono altre forme che nascono da questo mutamento ad esempio quelle relazionali che vengono riprese, proprio perché le tecnologia algorittimica da un lato controlla, mentre dall’altro ci permette di interagire cosa che nel mondo precedente di foto, televisione, insomma della riproducibilità tecnica non era possibile.
Jan Fabre: Quale utopica mostra vorresti curare?
Giacinto Di Pietrantonio: Esposizione Ideale, una mostra delle mostre che ho in progetto dagli anni ottanta. Infatti avevo già iniziato a scrivere agli artisti chiedendo loro di progettare la loro mostra ideale e ho ricevuto già molte proposte interessanti ad esempio da Giulio Paolini, Domique Gonzales-Foester, Konstantin Zvezdochotov, e tanti altri che ho archiviate in due faldoni. Ora che me lo hai fatto ritornare in mente credo che da un lato continuerò a chiedere progetti di mostre ideali ad altri artisti, quindi anche a te, dall’altro scannerizzerò tutto ciò che ho per metterlo online. Una mostra per ora smaterializzata, che prende corpo senza corpo.
Giacinto Di Pietrantonio è
Giacinto Di Pietrantonio è Docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso lo IED di Torino e di Allestimenti Spazi Espositivi ed Editoria dell’Arte presso lo IED di Como.
È stato Docente di Storia dell’Arte Contemporanea, Teoria e Storia dei Metodi di Rappresentazione e di Sistemi Editoriali per l’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
Curatore di Autostrada Biennale, 2019, nuova biennale d’arte della Repubblica del Kosovo.
Curatore dal 2018 al 2019 delle Residenze Artistiche BoCs Art di Cosenza
Dal 2000 al 2017 è stato Direttore della GAMeC (Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea) di Bergamo di cui ora è Consigliere.)
Dal 1986 al 1992 ha ricoperto il ruolo di Redattore Capo prima e Vicedirettore poi per Flash Art Italia.
Dal 1994 al 1996 è stato consulente per le arti visive della Regione Abruzzo.
Tra le molte mostre da lui curate ricordiamo – accanto a quelle alla GAMeC di Bergamo: http://www.gamec.it – la mostra degli artisti russi all’interno della rassegna Passaggi ad Oriente alla Biennale di Venezia del 1993, le edizioni di Fuori Uso del 1994, 1995, 1997, 1998, 1999, 2012 e 2016, Over the Edges con Jan Hoet a Gand (Belgio) e Vanessa Beecroft,2009, e Ibrido, 2010, quest’ultima con Francesco Garutti al di PAC, Milano, Com’è Viva la città, Villa Olmo, 2015, Como. Collabora con la Fondazione Proa di Buenos Aires per cui ha realizzato mostre come: Alighiero Boetti, 2004, El Tiempo de l’Arte, 2007, El Classico ne l’Arte e Fabio Mauri,800 Anni Duomo Cosenza, 2022
Dal 2004 al 2015 è stato Consulente del Premio Furla – Querini Stampalia per l’Arte.
Dal 1995 al 2004 è stato curatore del Corso Superiore di Arti Visive presso la Fondazione Antonio Ratti di Como.
Dal 2003 al 2006 è stato direttore di I love Museums, la rivista organo di informazione dell’AMACI (Associazione Musei d’Arte Moderna e Contemporanea Italiani) e della rivista d’arte contemporanea Perché/?.
Nel 2005 è stato Commissario della Quadriennale di Roma,
Dal 2008 al 2010 è stato consulente di MiArt Fiera Internazionale d’Arte di Milano.
Nel 2003 è stato fondatore dell’AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, di cui è stato membro del Consiglio di Amministrazione e Vicepresidente fino al 2016.
Dal 2001 al 2005 è stato membro del Comitato Scientifico del MUSEION di Bolzano
Dal 2012al 2017 del Museo Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato
Dal 2012 è membro del CIAC (Centro Italiano d’Arte Contemporanea) di Foligno (Umbria).
Nel 2008 è stato insignito dal Magnifico Rettore dell’Università di Bologna Pier Ugo Calzolari del riconoscimento alla Carriera promosso dall’AMA (Associazione Almae Matris Alumni) dell’ateneo bolognese.
Nel 2016 riceve il Premio Capitani della Cultura dell’anno








