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#paroladartista #primoamore #firstlove #giovannilongo
Da bambino mia madre, la maestra Lina, mi costringeva a leggere i libri d’estate e io, che tanta voglia non avevo, cercavo di farlo in un’ora pomeridiana ben precisa, tra le 14 e le 15. Era quel momento, perlopiù inutile per un bambino, del riposino pomeridiano. Dopo aver fatto tardi dal mare mi sdraiavo nel letto della cameretta, con i piedini ancora mobili e la persiana socchiusa. E così, nel fresco confort della penombra, mi prestavo a quella che allora consideravo una piccola tortura.
Quei pomeriggi prevedevano una buona scelta di grandi classici per ragazzi: da Cipì al Piccolo Principe, da Tom Sawyer a Gulliver. Ma io ricordo in particolare un libro per via dell’enigmatico disegno in copertina: un uomo in mutande a cavalcioni su una grande balena arenata, con un elicottero a tentare un improbabile recupero. Scritto da un collettivo raccoltosi sotto lo pseudonimo di Franklin W. Dixon, la “Balena Tatuata” era un giallo facente parte della collana Hardy Boys. Era il racconto di un’avventura alla ricerca di una fantomatica banda i cui componenti possedevano, per l’appunto, il tatuaggio distintivo del cetaceo. Il mistero incalzante della sua facile narrativa mi coinvolse rapidamente. Lo rilessi molte volte, proprio come quando riguardiamo gli stessi film o le stesse serie TV, alla ricerca inconscia delle medesime positive sensazioni.
Quel racconto si rivelò un attivatore. Forse mi fece sperimentare quella nostra enorme capacità cognitiva di evocare, immaginare e collegare elementi partendo da una semplice storia. E se ancora oggi ricerco approcci analoghi, analizzando informazioni per farne delle opere, forse in fondo non sbagliava la maestra Lina a convincermi della bontà di quella piccola tortura.
Primo amore Giovanni Longo
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#paroladartista #primoamore #firstlove #giovannilongo
When I was a child, my mother, my teacher Lina, forced me to read books in the summer and I, who had no desire to do so, tried to do so at a specific time in the afternoon, between 2 and 3 p.m. It was that time, mostly useless for a child, of the afternoon nap. After staying up late from the beach I would lie down in the bed in the nursery, with my feet still moving and the shutter ajar. And so, in the cool comfort of the half-light, I would lend myself to what I then considered a little torture.
Those afternoons included a good selection of great children’s classics: from Onion to The Little Prince, from Tom Sawyer to Gulliver. But I remember one book in particular because of the enigmatic drawing on the cover: a man in his underwear astride a large stranded whale, with a helicopter attempting an unlikely rescue. Written by a collective gathered under the pseudonym Franklin W. Dixon, the “Tattooed Whale” was a detective story in the Hardy Boys series. It was the tale of an adventure in search of a phantom gang whose members possessed the distinctive cetacean tattoo. The pressing mystery of its easy narrative quickly drew me in. I reread it many times, just like when we watch the same films or TV series, unconsciously searching for the same positive feelings.
That story proved to be an activator. Perhaps it made me experience that enormous cognitive capacity of ours to conjure, imagine and connect elements from a simple story. And if to this day I still seek out similar approaches, analysing information to make works of it, perhaps teacher Lina was not wrong to convince me of the goodness of that little torture after all.

The Tattooed Whale, Franklin W. Dixon, A. Mondadori, 1979

