Intervista a Ferruccio Ascari (▼Scroll down for English Version)

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Parola d’Artista: Per la maggior parte degli artisti, l’infanzia rappresenta il periodo d’oro in cui iniziano a manifestarsi i primi sintomi di una certa propensione ad appartenere al mondo dell’arte. È stato così anche per te? Racconta.

Ferruccio Ascari: Da bambino sognavo una grande stanza segreta dove dipingere sulle pareti al riparo dagli sguardi indiscreti: un sogno che in effetti ho realizzato.

P.d’A.: Quali studi hai fatto?

F.A.: Comincio col dirti degli studi che avrei voluto fare e che non ho fatto. Avrei voluto fare il Liceo Artistico e invece mi hanno costretto a fare il Classico. Poi avrei potuto iscrivermi all’Accademia e invece ho scelto Filosofia. Non me ne pento.

P.d’A.: Ci sono stati degli incontri importanti durante la tua formazione?

F.A.: Se parliamo di formazione artistica, l’incontro più importante è stato quello con Zucchero, un internato nel Manicomio di Lecce. Da ragazzino per andare a scuola passavo ogni giorno di lì. Zucchero, che m’aspettava, appena m’intravedeva, mi correva incontro regalandomi un enorme sorriso sdentato e due o tre fogli di quaderno su cui dipingeva fantastici acquerelli. Fogli leggeri, ancora umidi. Ogni volta che passavo di lì me li porgeva attraverso le pesanti sbarre del cancello. Con un sorriso che trafiggeva e che non ho mai più incontrato…

P.d’A.: I tuoi interessi spaziano in diversi ambiti linguistici dal video alla musica, dalla scultura alla scrittura passando per il disegno la pittura, l’installazione e la performance. In tutte queste molteplici manifestazioni mi sembra che l’aspetto della manualità rivesta un ruolo centrale in quello che fai…

F.A.: Certo, le mani: e come si fa a non usarle? Guai! Sono strettamente connesse alla testa e al cuore… la sfida è mantenere viva, autentica questa connessione.

P.d’A.: Che ruolo e che importanza ha il disegno nel tuo lavoro?

F.A.: Come si è sempre fatto, disegno per fermare un’idea, per capire come la cosa tridimensionale che ho in mente può trovare realizzazione concreta, ma anche in casi come questi la funzione pratica del disegno è quasi sempre trascesa, la matita prende la mano… quello del disegno è un linguaggio che rivendica una sua autonomia, direi, una primogenitura rispetto alle altre forme d’espressione. Sarò più preciso: per me disegnare significa usare la mano come fosse un sismografo…

P.d’A.: Quando inizi un lavoro ha già un’idea chiara di come si svilupperà?

F.A.: Sì, ma risulta essere quasi sempre insufficiente: il lavoro si fa lavorando.

P.d’A.: Come scegli i materiali con cui lavori?

F.A.: Sono i materiali che scelgono me. Alcuni, come per esempio la plastica, non hanno mai voluto incontrarmi; altri mi perseguitano: il ferro, per esempio. Nomen omen?

P.d’A.:Ti interessa l’idea di ambiente?

F.A.: Se ci riferiamo al site-specific, diciamo che è un mio abito mentale, semplicemente non posso farne a meno.

P.d’A.: Che importanza ha la dimensione della memoria in quello che fai?

F.A.: Bella domanda! Mi verrebbe da rispondere: nessuna! Mi piacerebbe che quello che vado facendo fosse primigenio, libero dal fardello che la memoria implica. Invece no, la memoria un’importanza ce l’ha, tanto sul piano personale, quanto collettivo. Sono memoria. Siamo memoria. E se non lo fossimo, saremmo fuscelli in balia del vento dell’inconsapevolezza.

P.d’A.: Le categorie di spazio e tempo che ruolo rivestono nel tuo lavoro?

F.A.: Credo che nel mio lavoro, fin dagli esordi, la categoria del tempo e quella dello spazio abbiano teso a compenetrarsi. Il suono sembra appartenere più alle arti del tempo che a quelle visive, ciò nonostante ho avuto fin dai miei primi lavori la tentazione di annullare tale differenza. Come? Ad esempio inventando forme che, oltre ad occupare un determinato spazio, risuonassero. Il loro risuonare ha a che fare non solo con lo spazio che occupano, ma con lo spazio necessario affinché le onde sonore da esse prodotte si propaghino e con il tempo necessario al loro propagarsi. È comunque soprattutto nella performance che ho tentato, tramite la centralità della luce, di fare esperienza della compenetrazione spazio-temporale. In ogni caso non sono mai partito da un assunto teorico, ho sempre pensato che la connessione spazio-tempo fosse qualcosa di cui fare esperienza, che fosse, più che altro, necessario liberare ogni volta un campo in cui questa unica entità potesse manifestarsi…

P.d’A.: Volevo chiederti di entrare nel merito della tua idea di monumento, chiedendoti di parlare del tuo lavoro “Non Dimenticarmi” entrando così nel merito della tua idea di lavoro site specific…

F.A.: ‘Monumento’ è una parola ormai impronunciabile. Dico di “Non Dimenticarmi” che è un dispositivo per attivare la memoria collettiva. Memoria delle Stragi di Stato, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna. Una memoria che non deve essere cancellata affinché obbrobri come quelli non possano ripetersi. “Non Dimenticarmi” non è il monumento intorno al quale compiere un giro, è un’installazione urbana permanente da attraversare. Il passante è invitato ad entrarvi per riattivare il ricordo di quelle vittime innocenti. Un invito che viene dal suono di 137 campane a vento, tante quante il numero delle vittime della Strategia della Tensione più Pino Pinelli. Un’installazione fatta di ferro, di aria, di suono.

P.d’A.: Che tipo di dialogo cerchi con lo spettatore che si trova davanti al tuo lavoro?

F.A.: In un caso come quello di “Non Dimenticarmi” l’intenzione è dichiarata: si tratta di un segno impresso nel tessuto urbano, intende coinvolgere tutti coloro che passano. Il passante è chiamato a interagire con quel ‘segno’ e il suo senso, è chiamato a porsi domande. Diverso sembrerebbe il caso di un quadro, di un disegno ecc. Eppure per me non vi è una sostanziale differenza: anche un piccolo lavoro ‘funziona’ solo se, a mio avviso, è capace di suscitare domande.

P.d’A.: L’idea di messa in scena nel tuo lavoro ha una qualche importanza?

F.A.: ‘Mettere in scena’ ha a che fare con la ‘rappresentazione’. Il mio lavoro consiste nell’evocare ‘presenze’, siano esse concrete o astratte, consistenti o impalpabili, persistenti o volatili. ‘Presenza’ e ‘rappresentazione’ sono due dimensioni essenzialmente e sostanzialmente differenti. Ciò che ‘si presenta’ non ha niente a che fare con la ‘rappresentazione’. Ciò che – evocato – ‘si presenta’ non è ciò che viene ‘messo in scena’, ma ciò che ‘crea’ la scena che gli è propria nel suo ‘presentarsi’. E questo vale anche e soprattutto per le performances: non le ho mai concepite come ‘rappresentazioni’, ma come eventi, come esperienze in un modo o nell’altro irripetibili. A dimostrazione di questo, ogni volta che mi è stato chiesto di ripetere una performance ne è venuto fuori un lavoro spesso molto diverso dal precedente.

P.d’A.: Che cosa succede alle opere quando non c’è nessuno che le osserva, l’esistenza di un opera d’arte può prescindere dalla presenza di un osservatore?

F.A.: Le opere quando nessuno le guarda smettono semplicemente di esistere. Allo stesso modo la musica cessa di esistere quando è chiusa in un cassetto. La musica ‘è’ solo se è suonata. Così come solo lo sguardo porta all’esistenza un’opera d’arte. Il mio studio, per fare un esempio, è pieno di opere che non esistono…

P.d’A.: Secondo te l’artista dove si pone nei confronti della sua opera?

F.A.: Dietro! Non ho dubbi, dovrebbe porsi sempre dietro l’opera e a buona distanza.

Ferruccio Ascari (1949) vive e lavora a Milano. A metà degli anni Settanta, dopo la laurea in Filosofia, intraprende l’attività artistica. I suoi esordi, lo vedono impegnato sul fronte di installazioni site specific e della contaminazione fra arti visive e arti del tempo (musica, danza, performance), ma anche della pittura e della scultura, con un’apertura nei confronti dei diversi linguaggi dell’arte che caratterizza tutto il suo percorso artistico. A partire dalla metà degli anni ’80 si concentra sulla pittura e sulla scultura, in particolare sulla tecnica dell’affresco riportato su tela. Il suo lavoro ottiene l’attenzione internazionale con la partecipazione ad un progetto speciale della Biennale di Venezia (1980), alla mostra “Arte italiana 1960-1982” (ICA Gallery, Londra, 1982) e, nello stesso anno, alla Biennale Giovani di Parigi. Negli anni successivi la sua attitudine all’esplorazione dei diversi linguaggi dell’arte si va sempre più coniugando con un’inclinazione al silenzio come condizione per lui irrinunciabile per un’autentica ricerca artistica.Le opere di Ferruccio Ascari sono state esposte in istituzioni pubbliche e private fra cui: Università di Pavia, Cappella Collegio Cairoli, 1979: Castel Sant’ Elmo, Napoli,1979; Biennale di Venezia,1980; Galleria d’Arte Moderna, Roma 1981; Rotonda della Besana, Milano 1981; Symposium international d’Art Performance, Lione, 1982; ICA Gallery, Londra,1982; Biennale Giovani, Parigi, 1982; Villa Ponti, Varese 1982; Palazzo dei Priori e Pinacoteca, Volterra, 1983; Lenbachhaus, Monaco,1983; Kunstverein, Biel,1986; International Biennal of Graphic Art, Ljubljana,1989; Centro Internazionale di Brera, Milano,1990; Palazzo Guasco, Alessandria, 1993; Museum der Stadt, Waiblingen, 2000; Museo d’Arte Moderna, Ascona, 2012; Palazzo del Governatore, Parma, 2015; Chiostro della Basilica di San Simpliciano, Rettoria di San Raffaele, S. Bernardino alle Ossa, Milano 2017; BIAS (Biennale Internazionale di Arte Contemporanea Sacra delle Religioni e Credenze dell’Umanità) Palermo, 2018; Museo del Novecento, Milano, 2021; Basilica di San Celso, Milano, 2022.Hanno scritto del suo lavoro Massimo Acanfora, Beppe Bartolucci, Rossana Bossaglia, Cristina Casero, Franco Cordelli, Daniela Cristadoro, Maurizio Cucchi, Vittorio Fagone, Mara Folini, Nico Garrone, Helmut Herbst, Angela Madesani, Jennifer Malvezzi, Marco Marcon, Alda Merini, Vittorio Parazzoli, Marco Tagliafierro, Riccardo Venturi, Giorgio Verzotti, Marisa Vescovo

English text

Interview to Ferruccio Ascari #paroladartista#intervista#interview#ferrucciosacari

Parola d’Artista: For most artists, childhood is the golden age when the first symptoms of a certain propensity to belong to the art world begin to appear. Was that the case for you too? Tell us.

Ferruccio Ascari: As a child, I dreamt of a big secret room where I could paint on the walls away from prying eyes: a dream that I actually realised.

P.d.A.: What studies did you do?

F.A.: I’ll start by telling you about the studies I would have liked to do and didn’t do. I would have liked to have done the Liceo Artistico but instead they forced me to do Classics. Then I could have enrolled in the Academy and instead I chose Philosophy. I don’t regret it.

P.d’A.: Were there any important encounters during your training?

F.A.: If we talk about artistic training, the most important meeting was with Zucchero, an inmate in the Lecce Asylum. When I was a kid, I passed by there every day on my way to school. As soon as he caught a glimpse of me, Zucchero would run towards me, giving me a huge toothless smile and two or three sheets of notebook on which he painted fantastic watercolours. Light sheets, still damp. Every time I passed by he would hand them to me through the heavy bars of the gate. With a smile that pierced and that I never met again….

P.d.A.: Your interests range in different linguistic spheres from video to music, from sculpture to writing via drawing, painting, installation and performance. In all these multiple manifestations, it seems to me that the manual aspect plays a central role in what you do…

F.A.: Sure, the hands: and how can you not use them? Woe! They are closely connected to the head and the heart… the challenge is to keep this connection alive, authentic.

P.d’A.: What role and importance does drawing play in your work?

F.A.: As it has always been done, I draw to stop an idea, to understand how the three-dimensional thing I have in mind can find concrete realisation, but even in cases like these, the practical function of drawing is almost always transcended, the pencil takes the hand… drawing is a language that claims its own autonomy, I would say, a primogeniture with respect to other forms of expression. I will be more precise: for me drawing means using the hand as if it were a seismograph…

P.d’A.: When you start a work, do you already have a clear idea of how it will develop?

F.A.: Yes, but it turns out to be almost always insufficient: the work is done by working.

P.d’A.: How do you choose the materials you work with?

F.A.: It is the materials that choose me. Some, such as plastic, have never wanted to meet me; others haunt me: iron, for example. Nomen omen?

P.d’A.:Are you interested in the idea of the environment?

F.A.: If we are referring to site-specific, let’s say it is a mental habit of mine, I simply cannot do without it.

P.d’A.: How important is the dimension of memory in what you do?

F.A.: Good question! I would like to answer: none! I would like what I am doing to be primal, free of the burden that memory implies. But no, memory does have an importance, both personally and collectively. I am memory. We are memory. And if we were not, we would be twigs in the wind of unawareness.

P.d’A.: What role do the categories of space and time play in your work?

F.A.: I believe that in my work, from the very beginning, the categories of time and space have tended to interpenetrate. Sound seems to belong more to the arts of time than to the visual arts, yet I have been tempted since my early works to cancel this difference. How? For example by inventing forms that not only occupied a certain space but also resonated.Their resonance has to do not only with the space they occupy, but with the space required for the sound waves they produce to propagate and the time required for them to propagate. It is however mainly in performance that I have attempted, through the centrality of light, to experience space-time interpenetration. In any case, I never started from a theoretical assumption, I always thought that the space-time connection was something to be experienced, that it was, more than anything else, necessary to release a field each time in which this single entity could manifest itself…

P.d’A.: I wanted to ask you to talk about your idea of a monument, asking you to talk about your work ‘Don’t Forget Me’, thus entering into the merits of your idea of a site-specific work…

F.A.: ‘Monument’ is now an unpronounceable word. I say ‘Don’t Forget Me’ is a device to activate collective memory. Memory of the state massacres, from Piazza Fontana to Bologna Station. A memory that must not be erased so that horrors like those cannot happen again.The case of a painting, a drawing, etc. would seem to be different. Yet for me there is no substantial difference: even a small work only ‘works’ if, in my opinion, it is capable of provoking questions.

P.d’A.: Does the idea of staging in your work have any importance?

F.A.: ‘Staging’ has to do with ‘representation’. My work consists of evoking ‘presences’, be they concrete or abstract, consistent or intangible, persistent or volatile. Presence’ and ‘representation’ are two essentially and substantially different dimensions. What ‘presents itself’ has nothing to do with ‘representation’. That which – evoked – ‘presents itself’ is not that which is ‘staged’, but that which ‘creates’ the scene that is proper to it in its ‘presenting itself’. And this also and especially applies to performances: I have never conceived of them as ‘representations’, but as events, as experiences that are in one way or another unrepeatable. As proof of this, every time I have been asked to repeat a performance, it has resulted in a work that is often very different from the previous one.

P.d’A.: What happens to works of art when there is no one there to observe them, can the existence of a work of art be independent of the presence of an observer?

F.A.: Works when no one is watching them simply cease to exist. In the same way, music ceases to exist when it is locked in a drawer. Music ‘is’ only if it is played. Just as only the gaze brings a work of art into existence. My studio, to give an example, is full of works that do not exist…

P.d’A.: Where do you think the artist stands in relation to his work?

F.A.: Behind it! I have no doubt, he should always stand behind the work and at a good distance.

Ferruccio Ascari (1949) lives and works in Milan. In the mid-1970s, after graduating in Philosophy, he embarked on an artistic career. In his early days, he was involved in site-specific installations and the contamination of visual and time arts (music, dance, performance), but also in painting and sculpture, with an openness to the different languages of art that characterises his entire artistic career. From the mid-1980s onwards, he concentrated on painting and sculpture, in particular on the technique of fresco painting on canvas. His work gained international attention with his participation in a special project at the Venice Biennale (1980), in the exhibition ‘Italian Art 1960-1982′ (ICA Gallery, London, 1982) and, in the same year, in the Biennale Giovani in Paris. In the years that followed, his aptitude for exploring the different languages of art was increasingly combined with an inclination towards silence as an indispensable condition for authentic artistic research.Ferruccio Ascari’s works have been exhibited in public and private institutions including: University of Pavia, Cappella Collegio Cairoli, 1979: Castel Sant’ Elmo, Naples,1979; Venice Biennale,1980; Galleria d’Arte Moderna, Rome,1981; Rotonda della Besana, Milan,1981; Symposium international d’Art Performance, Lyon,1982; ICA Gallery, London,1982; Biennale Giovani, Paris,1982; Villa Ponti, Varese,1982; Palazzo dei Priori and Pinacoteca, Volterra,1983; Lenbachhaus, Munich,1983; Kunstverein, Biel,1986; International Biennal of Graphic Art, Ljubljana,1989; Centro Internazionale di Brera, Milan,1990; Palazzo Guasco, Alessandria, 1993; Museum der Stadt, Waiblingen, 2000; Museo d’Arte Moderna, Ascona, 2012; Palazzo del Governatore, Parma, 2015; Chiostro della Basilica di San Simpliciano, Rettoria di San Raffaele, S. Bernardino alle Ossa, Milan, 2017; BIAS (Biennale Internazionale di Arte Contemporanea Sacra delle Religioni e Credenze dell’Umanità) Palermo, 2018; Museo del Novecento, Milan, 2021; Basilica di San Celso, Milan, 2022.They have written about his work Massimo Acanfora, Beppe Bartolucci, Rossana Bossaglia, Cristina Casero, Franco Cordelli, Daniela Cristadoro, Maurizio Cucchi, Vittorio Fagone, Mara Folini, Nico Garrone, Helmut Herbst, Angela Madesani, Jennifer Malvezzi, Marco Marcon, Alda Merini, Vittorio Parazzoli, Marco Tagliafierro, Riccardo Venturi, Giorgio Verzotti, Marisa Vescovo