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Gabriele Landi: Ciao Mat, spesso per noi artisti i primi “sintomi” di quello che seguirà si manifestano nell’età dell’incoscienza, la mitica età dell’infanzia è accaduto anche a te? Racconta.
Mat Toan: Ciao Gabriele, in effetti quello che dici è valido anche per me.
Non credo che da subito abbia avuto coscienza di ciò che facevo, ma da piccolo, disegnavo tantissimo, lo facevo ovunque mi trovassi. Ho sempre provato poi una forte attrazione nello scoprire e comprendere i meccanismi che sono alla base del funzionamento delle cose che magicamente si animano, smontando rimontando e riparando un po’ tutto, assemblando meccanismi presi da oggetti diversi non funzionanti, tipo giocattoli, per realizzare nuove ‘creazioni’.
La techn, (l’arte), quella di Aristotele, che rende possibile ciò che non può essere, o la tecnica come la intendeva Heiddeger, ovvero il solo mezzo attraverso il quale si può disvelare la verità, sono concetti che ho da sempre insite nel mio approccio alle cose e solo successivamente, studiando, ho scoperto che questo mio atteggiamento era già stato lungamente teorizzato e dibattuto.
Credo anche che il luogo dove sono nato e cresciuto, Matera, porti con se un modo di stare al mondo in cui natura e tecnologia convivono armoniosamente. Questa caratteristica in qualche modo mi accompagna come una sorta di eredità inconscia tanto da diventare per me il perno su cui si snoda la mia ricerca artistica.
Gabriele Landi: Ci sono state delle persone a te vicine che con il loro vissuto personale o anche semplicemente lasciandoti libero di fare quello che volevi, hanno in qualche modo propiziato questa tua attitudine?
Mat Toan: Dunque, nella mia famiglia in realtà non si sono mai opposti, anche se non hanno nemmeno incentivato la mia inclinazione. Sicuramente l’incontro con un’artista (quella che sarebbe poi diventata mia moglie) mi ha permesso di focalizzare meglio il mio percorso, trovando nell’ arte multimediale e nelle installazioni interattive la giusta sintesi di tutte le mie inclinazioni.
Gabriele Landi: Quindi tu hai sempre frequentato queste modalità espressive?
Mat Toan: Beh si, come ti dicevo prima, inizialmente in maniera forse meno consapevole, ma è il mio modo di esprimermi, di osservare e interpretare il mondo.
Gli studi sia in ambito scientifico che artistico mi hanno poi fornito ‘la cassetta degli attrezzi’ se così possiamo definirla.
Gabriele Landi: In ambito scientifico che studi hai fatto?
Mat Toan: Mi sono formato in automazione industriale, facendo studi in elettromeccanica, elettrica ed elettronica, per poi approdare allo studio in ingegneria elettronica.
Gabriele Landi: Sul versante artistico oltre a quello con tua moglie hai fatto altri incontri che si sono rivelati importanti per lo sviluppo del tuo lavoro?
Mat Toan: Sì, certo, devo dire di aver avuto la fortuna di incontrare delle persone speciali e l’essermi confrontato con loro mi ha portato a riflettere molto.
Non voglio entrare troppo nel dettaglio ma posso dirti che in alcuni casi è stata sufficiente solo una parola o una frase e per farmi riflettere, comprendere, decidere.
Mi chiedo anche, se non fossi io stesso semplicemente più pronto ad accogliere certe questioni.
Gabriele Landi: La questione della prontezza o disponibilità nel saper accogliere le questioni è anche un modus operandi che si può attuare nei confronti del proprio lavoro. Se è vero, come alcuni artisti sostengono, che il lavoro ha una vita propria dal momento in cui si manifesta, la capacità dell’artista stà anche nella propensione ad ascoltarne la voce, ad assecondarne le necessità che manifesta. Che cosa ne pensi?
Mat Toan: Credo che un lavoro, se ben riuscito, abbia sempre una vita propria perché diventa, per chi lo osserva, un innesco per altre riflessioni, spesso anche molto personali.
Per quanto mi riguarda la realizzazione di un lavoro dipende molto dal concetto che voglio esprimere ed è per questo che utilizzo spesso media diversi, la forma e il medium finale dipenderanno strettamente dalla necessità di quello specifico lavoro.
Credo che un dato stimolo, una suggestione o una riflessione in grado di generare la nascita di un nuovo lavoro, in alcuni momenti siano anche nell’aria che respiro. Quindi per ritornare alla tua domanda, si, i lavori probabilmente già esistono in forme diverse, non tangibili e spetta a noi artisti informare (inteso letteralmente come in-formazione ovvero mettere un concetto in una forma) gli altri della loro esistenza semplicemente realizzandoli.
Gabriele Landi: Ho visto che nel tuo lavoro hai usato immagini o frammenti filmici derivanti dal cinema espressionista tedesco che cosa ti attrae del cinema di quel periodo?
Mat Toan: Tutte le avanguardie mi attraggono, ma quel periodo in particolare, con le sperimentazioni nell’arte e nel cinema nello specifico, lo sento molto vicino.
L’atmosfera che si genera, le prospettive allungate, le sopracciglia pelose e argute, le musiche, il magistrale utilizzo del bianco e del nero sono sempre un gran bel viaggio per i miei occhi e la mia mente ed è per questo motivo che di tanto in tanto, non mi dispiace inserire una piccola citazione o se devo fare delle sperimentazioni su una immagine o su un video mi capita a volte di utilizzare quel tipo di materiale.
Gabriele Landi: La manipolazione delle immagini nei tuoi lavori come avviene e con che obbiettivo?
Mat Toan: Da un po’ di anni porto avanti una mia personale ricerca in cui ‘smonto’ immagini e suoni in puri dati per poi ricombinarli ibridandoli, nella quale molto importante è anche il ruolo del rumore inteso come elemento connaturato e inalienabile di una qualsiasi forma di informazione, e di quanto esso, opportunamente manipolato, possa divenire esso stesso informazione e di quanto il messaggio che portava quella informazione alla fine del processo si possa scostare dal suo significato iniziale.
Ciò è possibile farlo perché il digitale, in questo caso, a mio modo di vedere, rappresenta una radice comune, un minimo comune denominatore che hanno tutte le forme di informazione.
Questo processo mi porta in alcuni casi a produrre nuove immagini, nuovi suoni, mentre in altri, quelle immagini e quei suoni vengono ‘corrotti’.
Sono molto interessato allo scarto di senso prodotto da questo processo, perché il materiale che tratto nasce e viene diffuso generalmente con dei compiti e dei riferimenti ben precisi, a volte più espliciti a volte subliminali.
Molti di questi lavori, seppur esteticamente possano ricordare la Glitch Art, non lo sono assolutamente, perché si fondano sulla base di teorie diverse e si sviluppano con altre intenzioni e tecniche.
A me piace trattare immagini e suoni come territori da esplorare, agendo dal loro interno, s-combinando, ri-combinando e ibridando bytes quasi come farebbe un genetista con il DNA, generando una nuova specie.
Gabriele Landi: Ti interessa l’idea dell’immaterialità?
Mat Toan: Si certo, anche questo tema fa parte della mia ricerca e come avrai certamente notato, molti dei miei lavori sono volutamente immateriali, Cluster ad esempio, di fatto è un ologramma interattivo in tre dimensioni.
Tutto oggi tende alla smaterializzazione, a partire dalle nostre foto che quotidianamente scattiamo ma mai stampiamo, ai nostri dati personali, alle prescrizioni dei medici, ai nostri soldi… la parte fisica di ogni cosa, con il digitale si è evoluta al punto tale che ha di fatto, abbandonato il suo involucro, la sua forma fisica.
Il problema che fu posto da Lyotard durante la costruzione della mostra Les Immateriaux al Centre Georges Pompidou nel 1985 credo che sia più attuale che mai.
Jimènez parlava di nuove forme di materialità e credo che, proseguendo l’idea prima dei futuristi e poi quella degli spazialisti, le forme libere e in movimento nell’aria, composte di luci e suoni siano la materia contemporanea su cui lavorare.
Ovviamente con ciò non voglio dire che la materia concreta non rivesta la sua importanza, anzi, per contrappunto più diventa evanescente da un lato, più diventa affascinante dall’ altro.
Gabriele Landi: Spesso immateriale fa coppia con spirituale anche questa è una dimensione che ti interessa?
Mat Toan: Lo spirituale non è certo il centro della mia ricerca ma resta un argomento che mi interessa e mi stimola.
In un mio lavoro del 2020 intitolato Salvator Mundi 2.0, ad esempio, affronto proprio il tema dello spirituale e di come la tecnologia digitale oggi, secondo il mio punto di vista, per certi versi, ha preso il posto della religione.
È come se il digitale avesse generato dei nuovi totem immateriali, mi viene mente Tecnomagia di V. Susca, ad esempio, un nuovo territorio in cui immergersi con l’illusione di ritrovare contatto con la parte più profonda di noi stessi, ossia quello spirituale, in una sorta di contemporaneo paganesimo.
L’immateriale invece ha un ruolo molto rilevante nei miei lavori, al punto tale che spesso la parte fisica dei miei lavori svolge solo la funzione di supporto (anche concettuale) a quella immateriale.
Gabriele Landi: Come vivi l’idea di tempo e di spazio nel tuo lavoro?
Mat Toan: L’idea di spazio e di tempo nel mio lavoro assumono di volta in volta un carattere differente: a volte rispettano la forma classica, in altre, tempo e spazio diventano dimensioni distorte, dilatate o contratte, variabili indipendenti ad uso e consumo del concetto che voglio esprimere nel lavoro in questione.
Può sembrare strano ma ho osservato, almeno dal punto di vista percettivo, che quando lavoro in ambienti totalmente virtualizzati, contro intuitivamente le dimensioni spazio e tempo conservano i loro rapporti di proporzionalità inversa tipiche delle teorie della fisica moderna.
Infatti, se nel digitale lo spazio che ci viene offerto tende ad essere infinito, la percezione che abbiamo del tempo e del suo scorrere tende a zero, questo, secondo il mio punto di vista, è il motivo per cui ogni volta che ci immergiamo in un ambiente digitale (che può variare dalla semplice consultazione di materiale in internet attraverso uno smartphone fino all’utilizzo di strumentazioni per la realtà virtuale) perdiamo la cognizione dello scorrere del tempo analogico.
Si potrebbe immaginare un salto da punti multidimensionali spazio/temporali diversi, similmente a ciò che possiamo trovare nella moderna ed ancora incompleta teoria delle stringhe, che andrebbe oltre quella che è la percezione dello scorrere del tempo intesa come una ‘semplice’ dimensione a grandezza scalare.
Mat Toan (1976 Matera) è un artista che vive e lavora a Roma. Ha frequentato la facoltà di Ingegneria Elettronica presso l’università La Sapienza di Roma e conseguito la Laurea Magistrale con lode in Arti Multimediali e Tecnologiche all’Accademia di Belle Arti di Roma. Il complesso rapporto tra Uomo e Natura mediato dalla Tecnologia è il concetto alla base della sua ricerca. Tematiche come l’impatto della tecnologia sulla vita dell’uomo, l’Intelligenza Artificiale, Realtà Analogica / Realtà Virtuale e il modo in cui queste si integrano nella società contemporanea, vengono indagati attraverso l’utilizzo di diversi linguaggi che vanno dai più classici, come la fotografia e il video, alle installazioni multimediali fino ad arrivare a filtri digitali, ologrammi interattivi e lavori in AR/VR.

Waves_still video,7’26”, 2017

Cluster_legno, plexiglass, schede elettroniche, monitor, videocamera, 90x90x150 cm, Maker Faire European edition, 2019

Deserti_stampa digitale su carta Moab 100% cotone, plexiglass bianco opalino, 72×52 cm ciascuno, 5 elementi-Mostra Microcosmo 2019


Salvator Mundi 2.0_legno, led infrarossi, cavi, 78.5×58.5 cm, 2019

T-Bomb_still video,1’21”, 2019

Tra-Dizioni BacoSonoro_ plastica,schiuma poliuretanica, seta, altoparlante,file audio, 35×13 cm circa, 2017
