Punti di vista sul sacro Silvio Lacasella invitata da Giuliano Dal Molin

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Gabriele Landi: Secondo te il sacro ha ancora importanza nell’arte di oggi e nel mondo in cui viviamo?

Silvio Lacasella: Una domanda che, nella sua apparente e, immagino, desiderata semplicità, apre un mondo interiore vastissimo e in larga misura inesplorato, oltre che difficile da percorrere. Un mondo che rivela tutta la sua complessità nel momento in cui, tentando di mettere assieme una risposta convincente, si cerca di applicare la logica del ragionamento. Impossibile, infatti, misurare uno stato d’animo che non può essere definito con precisione. Anche la più acuta delle riflessioni (se mai arrivasse) correrebbe il rischio di risultare un inutile esercizio stilistico, dunque, l’unica premessa sensata è dichiarare la propria fallibilità, anteponendo il dubbio ad ogni consolante certezza. Per contro, c’è però da dire, che nei territori della psiche è consigliato entrarvi tenendo tra le mani il filo della conoscenza, per evitare di rimanervi intrappolati dentro. Ed ecco che, senza volerlo, lentamente mi sto avvicinando alla risposta. L’arte, secondo me, è proprio questo: un interrogativo esistenziale che emerge in superficie come un geyser, attraverso l’opera: opera che si concretizza a contatto con l’aria. Nel manifestarsi, essa pone quesiti (tra cui questo) e formula risposte. Almeno, a me sembra che sia così.

Però, per fare un passo indietro, chiedere se il sacro ha ancora una sua importanza nell’arte di oggi e nel mondo in cui viviamo è, forse, anche una domanda trabocchetto, poiché invita a confrontare il presente col passato. Un confronto obbligato, ma quasi impossibile da fare: nei secoli è cambiata la committenza ed è cambiato il vocabolario espressivo. Tanto altro ancora è cambiato. Mentre, molto simile è rimasta la spinta emotiva che ancora giustifica la presenza dell’artista in un mondo che pare chiedere soprattutto soluzioni pratiche. Detto questo, evidente è la larga frattura che si è creata tra i temi di una religiosità “devozionale”, raccontata per episodi, e la ricerca artistica contemporanea. Ecco perché dico che è, in parte, una domanda trabocchetto. Lo scrivo perché lo penso, pur sapendo che alcuni esempi potrebbero smentirmi: potrebbero smentirmi le quattordici formelle in ceramica con le scene della Via Crucis modellate da Lucio Fontana nel 1958 oppure potrebbe smentirmi la scelta di Francis Bacon di mettere in relazione la propria complicata interiorità col tema della Crocefissione, solo per citarne due. Altri se ne potrebbero aggiungere, senza lasciare nell’angolo, quegli artisti (non molti a dire il vero) stilisticamente legati ad una classicità figurativa (fotografi compresi). Ma non è in questi esempi che una domanda così delicata può trovare oggi una risposta.

Ho sempre pensato, infatti, che l’aspetto più “religioso” dell’arte sia l’atmosfera che essa talvolta produce: quando cioè riesce a portare in luce, almeno in parte, il senso di smarrimento che proviamo di fronte ai misteri dell’esistenza: lo stato di sospensione, di stupore, quel senso del trascendente e, ancora, il gioioso incanto che proviamo osservando ciò che è irraggiungibile. L’artista, per certi versi si contrappone alla transitorietà dell’esistenza. Per riuscirci non può che alzare il livello del dialogo, incontrando del sacro il suo riflesso.