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Gabriele Landi: Secondo te il sacro ha ancora una sua importanza nell’arte di oggi e nel mondo in cui viviamo?
Paolo Iacchetti: A.
La risposta sintetica è sì. Anzi non esiste arte senza sacro. Ma questa è una mia risposta immediata, una mia credenza maturata in anni cui cerco ora di restituire il senso
Sacro, secondo me. Sacro come luogo intangibile non praticabile, da proteggere questo mi viene in mente. E luogo della meraviglia.
Oppure da vocabolario: Di quanto è connesso alla presenza o al culto della divinità o, più genericamente, all’oggetto di una particolare riverenza o venerazione.
Già, ma questa definizione non dà risposta ai problemi di base: la venerazione e la riverenza… il mistero verrebbe da dire, che parte dalla morte degli altri. Quindi con il sacro ci affacciamo alle prime domande sul senso del tutto (noi, gli altri, il mondo), e sul senso della vita.
1. Il senso del tutto. É un ambito panico, dionisiaco cui noi siamo immersi e da cui tutto nasce e tutto ritorna: l’indistinto originario cui l’uomo cerca di dare rilievi ed evidenze, presenze ed entità.
Abbiamo supposto che ai primordi appaiano credenze in continuità con la natura, le religioni animiste, base di tutte le religioni, unità primigenia onnicomprensiva a volte terribile a volte salvifica, confusa con la natura stessa che é il mondo. L’uomo trovò nel racconto un addolcimento della relazione terribile con una natura spesso prepotente. L’invenzione degli dei, di molteplici dei allenta la cogenza della natura sull’uomo a partire dalla cosmogonia indiana per arrivare a quella greca più vicina a noi. Poi è storia l’avvento del Dio unico e la conseguente frattura epistemologica che pone in opposizione l’uomo a Dio, un Dio iracondo di fronte ad un uomo che a lui si oppone.
2. Il senso della vita. Vita che può lasciare in un attimo posto alla non vita. Il passaggio è costituito dalla scomparsa della vita all’assorbimento della vita in un ambito sconosciuto; di mistero. La forza e l’energia scompaiono in un attimo, come in un attimo compaiono alla nascita.
Vita che è vita per noi e morte per l’animale ucciso, effrazione possibile, trasgressione che implica il confine fra ciò che è e ciò che non è più
B.
In entrambe di queste figure, tutto e vita, emerge un ambito esterno a noi, un ambito che non si può controllare un ambito dal quale non si può prescindere.
Credo che da questa mancanza, o meglio della consapevolezza della mancanza, possa nascere il senso del sacro, di qualcosa che è più potente di noi molto più potente di noi , qualcosa di sconosciuto e con cui dobbiamo relazionarci.
Da questa necessità della relazione abbiamo immaginato che nasca un racconto, che nasca la relazione narrata della nostra impotenza o minor energia con il luogo che ci comprende e gli esseri con cui condividiamo la vita. Con quale atto si realizza questa relazione con il tutto? Con il dono.
Donare per ingraziarci chi avvertiamo come più potente. E quale può essere miglior dono di qualcosa cui teniamo? Che è per noi prezioso? Appare dunque il sacrificio.
Sacro porta con sé la radice del sacrificio, nucleo di racconto che sarà sviluppato dalle varie religioni, sia quelle che restano in continuità della natura, sia quelle (solo quelle
occidentali) che procedono con la credenza di un Dio unico al quale l’uomo si può contrapporre.
Sacrificio. Calasso ha individuato nel sacrificio, nelle varie forme in cui questo nucleo e questa figura sono sviluppate dall’uomo, il luogo della coscienza del mistero e della vita. Cioè del sacro. Il sacrificio è lo snodo che, nel linguaggio rappresentativo, sia comportamentale sia liturgico sia plasticamente espressivo, ci porta vicino al mistero.
Convivere con il mistero, ingraziarsi ed avvicinare senza paura la sparizione, cioè la morte, è l’avventura dell’uomo che lascia più tracce nella sua storia.
Nella storia occidentale, quella a noi più conosciuta, si parte dal sacrificio di Isacco, e si arriva nella religione ebraica alla eliminazione del sangue dalla carne per poter essere nutrimento, epurata appunto dal sangue che è altro, cioè sacrificio e non nutrimento, si arriva alla religione cattolica dove la teologia, cioè il discorso su Dio, ci consente quella serie di ammortizzatori che la lotta dell’uomo primitivo contro la natura non aveva.
In conclusione di questo escursus generale, la nostra cultura occidentale si muove sì all’interno della frattura epistemologica, in una dialettica supposta ma reale, secondo un racconto estremamente articolato e complesso che sviluppa il tema del mistero e della morte e dell’aldilà della morte..
D’altro canto l’oriente si caratterizza per mantenere una continuità con la natura e non comprende una frattura possibile nella cultura occidentale mediante l’invenzione di Dio come concetto e come credenza.
Anche l’oriente supera la fase sacrificale diretta e diffonde l’elemento sacro nella natura. In India, le varie deità (uguali per tutti), nella odierna attualità hanno importanze diverse per nuclei familiari (che sono estesi) e zone geografiche, dando origine ad una multiformità uniforme.
In Cina lo spirito confuciano che è familistico e sociale (sovrano maestro genitore) permea i comportamenti individuali. Procurare con il proprio impegno benessere ed armonia nel proprio ambito familiare e nei d’intorni, a macchia d’olio, costituisce la trasmissione dello spirito positivo che si integra con il celeste del cielo rappresentato dal sovrano.
Ingraziarsi a quell’essere, che nel taoismo originale è definito solo per negazione (Cito a memoria: l’essere non è sopra e non è sotto, non è prima non è dopo ecc… ecc…), è insito nella pragmaticità del quotidiano e nella sua trasparenza.
Soffermiamoci su questa definizione dell’essere, sulla sua struttura. E’ la stessa struttura su cui si fonda anche la struttura del linguaggio orientale sia scritto sia parlato, dove ciò che per noi occidentali è -e nel suo essere vuole essere definito-, per loro orientali è un nucleo continuamente da precisare.
Il Giappone forse si caratterizza per una ricerca continua nel controllo del divenire che, per esempio, si riscontra nel controllo della natura dei bonsai, o segue le diverse crescite degli alberi nei giardini, con i loro verdi diversi o delle fioriture che seguono le stagioni.
C.
Tutto ciò visto nei punti A e B, per chi ha avuto la pazienza di scorrerli, è sintesi delle ricerca della mia vita, e in particolare della mia vita artistica, che ha avuto seguito da un senso di abbandono, un grande regalo che mi ha consentito di sviluppare un desiderio di vita totale.
Così la mia rinuncia ad una carriera come chimico nell’industria, in una strada tutto sommato organizzata, non mi corrispondeva. Il mio desiderio fu di affacciarmi su qualcosa di immediatamente ed umanamente più ampio.
Il perseguimento dei desideri ha un prezzo e implica rinunce per un futuro che è incerto. Simultaneamente la costruzione del futuro è libera. La libertà dà un senso di vertigine che sfonda sul bianco del panico o del bianco della tela intonsa. Ma tale bianco è il colore o la luce della vita che si apre a ciò che la vita non è ancora, vita che per certezza dà solo la morte.
Quale è quindi il soggetto possibile dell’operare artistico? La vita. Risposta facile. Negli artisti che ci hanno preceduto questo vogliamo riconoscere soprattutto, dalle grotte di Altamira a noi. Questo cerchiamo nelle lingue che conosciamo: musica arti plastiche varie letteratura. L’avvicinamento al mistero che è il senso della vita connaturato con la morte.
Ma, tornando nel nostro ambito artistico, quale soggetto artistico?
E qui le cose subito si complicano. Ma cercherò di semplificare per arrivare celermente sino a me.
La nostra tradizione occidentale basata su pensiero giudaico cristiano ha fornito un racconto ampiamente rappresentabile: e così fu.
La spiritualità con evidenza traspare e trasfonde dai mosaici bizantini fino a Piero della Francesca.
Nel periodo successivo, la spiritualità si mescola e si confonde con la costruzione di una organizzazione sociale sempre più laica e funzionante, sino ai giorni nostri, cioè a partire dal Rinascimento, da Leonardo compreso fino alla fine all’Ottocento, fino a prima delle Avanguardie, fino a Nietzsche. Quindi in dimenticanza del sacro.
“Art is the gap”, frase di Duchamp: possiamo dire che la nostra attualità si apre sotto questo segno. (Frase molto ben argomentata, anche se non direttamente, da Ermanno Migliorini in un vecchio testo “Conceptual Art”).
Cioè a dire, l’arte è nelle pieghe del linguaggio. Cioè nascosta: e si intende proprio quell’arte connessa con il sacro. Consapevolezza duchampiana di stampo simbolista – come è lui- dove ancora il Simbolismo cerca di trattenere il sacro: Redon, Moreau…
Riporto ora l’attenzione al soggetto della rappresentazione che ho scelto come guida alla presenza del sacro oggi per me: con i soggetti rappresentati -natura Redon e storia Moreau, o nonsoggetto Duchamp- ci stiamo avvicinando a me al mio senso del sacro, per chi ne fosse ancora interessato: ma siamo vicini alla conclusione.
Già che fare? Di fronte al bianco possibile della libertà totale? Dell’inizio del mio operare esclusivamente desiderato? Quando iniziai con determinazione il mio operare, tutte questi argomenti qui sopra distribuiti non erano presenti nel pensiero come appoggio o linee guida: niente. Ma la volontà di operare a partire dall’eredità lasciata da quegli artisti che più ripresentavano l’urgenza del sacro: Pollock e Rothko.
Una urgenza che in loro ha un punto di cedevole debolezza nel ‘soggetto’, vicariato dai due artisti in punti di non ritorno: l’energia dionisiaca e fondante di Pollock nell’espressione della linea e dell’all over (mai riconosciuta da Pollock stesso senza paura, ritorno ad un accenno di figura, e motivo secondo me della sua tragica fine), e un non colore spirituale che si avvicina alla morte con Rothko (la sua Chapel a Houston ne è prova). Pollock apre alle varie forme comportamentali di arte, Rothko apre a varie aperture spaziali dell’arte: tutto ciò non si sviluppa sotto il segno del sacro.
Dal canto suo l’avventura europea è più concettuale in senso lato, mentale: i soggetti trattano di un oltre dove sta il sacro (Fontana, il suo taglio si può assimilare al gap duchampiano), oppure di una nullificazione della forma (dove il gap è asintotico, secondo un infinito tendente a zero, nullificante o, eufemisticamente, di leggerezza)
Ed eccomi: ho cercato sin dall’inizio di fare. Uno, non zero.La scelta mia naturale fu verso l’Astrattismo, così come si chiamava e come si chiama: perché è nel non detto che si cela il senso, cioè il sacro. La continua domanda sulla creazione del soggetto, la disciplina del quotidiano, gli elementi del linguaggio base linea e colore, la spartanità dello studio, il voler dar senso dalla contingenza del momento, ecco tutto questo ho voluto che ogni giorno mi
portasse vicino a quella disperazione di base che può essere la vita come lo fu nei primordi di sopravvivenza, o quella plenitudine che costituisce un’opera che si realizza. Creare segnali che possano avere radici profonde secondo una continua scommessa aperte a chi le vuole vedere come prima o ultima traccia possibile, portatrice di una energia primigenia, di una presenza, che continuamente può agire esteticamente. Ecco questo limite è ciò che costituisce mia testimonianza della presenza del sacro.
A onor del vero poche persone riescono a vedere ciò: di solito sono semplici, non strutturate e di fronte all’opera esclamano: ‘che bello!’ con meraviglia. Per chi è più strutturato richiedo un attimo in più del tempo: perché è proprio il tempo, l’esperienza di chi guarda che fa il quadro, come sappiamo. In fondo io richiedo di più: una domanda mentale: perché è stato fatto questo quadro? Così?’
Dato che ‘così’ è venuto a me. Ma è proprio in quel ‘così’, in positivo, che c’è il senso del mistero: perché non è comparso un qualsiasi ‘non-così’?
Purtroppo il comune senso degli oggetti cui la nostra società ci ha assuefatto, inserisce questo oggetto -il quadro- in un ordine di presenza degli oggetti che rappresentano se stessi come è nel mercato attuale, e come la Pop Art li rappresenta, obliteratori di altro da sé.
Ma questo oggetto ‘il quadro’ ha l’ulteriore necessità di essere interrogato per la sua gratuità di espressione, gratuità che è dono, e che vuole essere dono a me, al momento dal momento del caos o dell’ordine, della sensazione che vorrebbe una regolarità nella percezione, trovare una struttura e rideterminare un presente che si trsfotrma, ed infine della sua definizione che garantisce la maggior apertura possibile, possibile dono per chi vuole porsi in ascolto come ho cercato di fare io, ascoltando oltre..
La pittura non ‘vede’: serve per ‘vedere’ ….sappiamo.
Infine. La mia pittura non è metafisica: non tende ad un altro da sé immaginato, come nell’iconografia tradizionale di Cristo che tende alla riappacificazione con Dio. La mia pittura tende ad un oltre sì, e tende a sublimare il senso della vita qui. La mia pittura ha corpo, e non solo colore come molti monocromi hanno, icone senza oggetto.
Nel corpo, nella materia pittorica sta il senso che apre al sacro.
Solo il corpo lascia segno, poiché la vita lascia segno nel corpo ogni momento, e solo con il corpo si definisce un segno. Segno che vuole essere il sacro che la vita è.

Numero 31, 1950

Temple of light, Austin 1986/2005

Concetto Spaziale Attersa 1966

Temple of light, Austin 1986/2005

Temple of light, Austin 1986/2005

