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Gabriele Landi: Ciao Debora, esiste nel tuo lavoro una volontà narrativa?
Debora Fella: Ciao Gabriele, il mio lavoro da qualche tempo vive nell’equilibrio tra la forma e la sua dissoluzione in un crinale tra pittura iconica e aniconica; avverto la necessità di raccontare attraverso forme visibili ma allo stesso tempo non definibili completamente. Esiste quindi una ‘narrazione’ che non segue tanto un racconto logico ma nasce dalla successione di forme che si dispongono via via nello spazio pittorico; in particolare mi piace pensare che gli oggetti, i principali protagonisti del mio lavoro, abbiano una vita propria, come dei ‘personaggi’, talvolta non riconoscibili del tutto, in grado di creare slittamenti, ambiguità, apparizioni visive, che mettano in discussione l’idea di immagine finita per pervenire ad una sua nuova evocazione. Ogni soggetto è portatore di una storia intesa come ‘memoria’ (la memoria del passato ma anche quella del tempo presente in cui l’opera è prodotta). Penso al mio lavoro come ad una serie infinita di cui ogni elemento costituisce un’entità autonoma ma al tempo stesso un frammento di un’unica grande narrazione, in grado di formare un’immagine dall’interno della pittura e della mia interiorità.
Gabriele Landi: Questa idea animistica degli oggetti viene in qualche modo dalla tua infanzia?
Debora Fella: Certamente, credo che ciascun lavoro artistico porti con sé una memoria personale che viene da molto lontano. Tutto ciò che vediamo sin dall’infanzia ci suggestiona ed entra a far parte di una sorta di ‘archivio personale di immagini’: i colori, le atmosfere dei luoghi in cui cresciamo e viviamo ci condizionano (anche indirettamente) e si riflettono nell’opera. Lo stesso accade con gli oggetti; mi ha sempre affascinato immaginare che le ‘cose’ apparentemente inanimate possano parlarci con un linguaggio speciale. Gli oggetti ci raccontano delle persone a cui sono appartenuti caricandosi di un valore simbolico ed evocativo molto forte. Ci garantiscono con la loro viva presenza un tempo eterno. Ogni oggetto inoltre possiede un determinato valore formale che lo rende unico, ogni forma è dotata di una qualità fisionomica che ne determina anche il contenuto: la forma in un certo senso ‘si significa’, ha un carattere. Nel mio lavoro compaiono spesso corpi organici e inorganici, talvolta nella stessa composizione altre volte separatamente. Hanno entrambi la stessa importanza sul piano pittorico: le forme emergono da bagliori, offuscamenti e oscurità e sono fatte di sostanze impalpabili quali le polveri di ardesia, grafite e carbone. La differenza, intrinseca alla loro natura, consiste piuttosto nella determinazione della forma che nel caso di corpi organici mutua dall’interno, mentre nei corpi inorganici è determinata dall’esterno. Ogni oggetto può quindi ritenersi dotato di un’anima e di un senso. Non è un caso che tra gli autori che in epoche diverse mi hanno ispirato ricorderei in particolar modo: Alfred Kubin e Odilon Redon per la loro visionarietà, Jan Vermeer, Giorgio Morandi e Luigi Ghirri per ‘la vita silente degli oggetti e delle cose’.
Gabriele Landi: Quello che dici mi ricorda molto da vicino alcuni passaggi del libro La poetica della rêverie di Bachelard conosci questo testo? Che ne pensi?
Debora Fella: Conosco l’autore pur non avendo mai letto per intero il testo a cui fai riferimento: la rêverie, se ho ben inteso, è una sorta di ‘abbandono’ alla dimensione del sogno cosciente che mantiene un legame con la realtà e che scaturisce proprio dall’osservazione di qualcosa che ci circonda. In questo senso mi ritrovo nella consapevolezza dello stretto legame tra il soggetto e l’oggetto della contemplazione e nella sensazione che la creazione artistica possa essere interpretata come un pensiero ‘alogico’ dotato di libertà e tensione immaginativa ma guidato da un certo rigore, come una partitura scritta che permette variazioni e lascia spazio all’imprevedibilità. Il tema del sogno mi è inoltre particolarmente caro, spazio simbolico in cui si manifestano immagini, visioni, sensazioni… Mi è capitato di realizzare delle opere in forma di libro-oggetto contenenti, con un ordine non necessariamente sequenziale, carte dipinte che conducono a narrazioni visionarie e labirintiche in cui perdersi con incosciente sensatezza.
Gabriele Landi: Nel tuo lavoro il registro cromatico è sempre stato limitato al bianco e nero?
Debora Fella: In effetti no, ricordo con affetto gli anni in cui frequentavo l’Accademia di Brera e all’inizio la mia tavolozza era ricca di colore. Erano i tempi della scoperta e della sperimentazione più assidua. È arrivato poi un momento in cui ho avuto la necessità di fermarmi e osservare il mio lavoro in modo più analitico. È stato allora che ho cominciato a ridurre i formati e a disegnare maggiormente. Il disegno aiuta molto a pensare. Mentre riducevo la tavolozza alla scala dei grigi, dei bianchi e dei neri scoprivo la bellezza delle polveri di ardesia, di carbone e di grafite che sarebbero poi diventati i principali strumenti del mio lavoro insieme alla carta, che prediligo ad altri supporti per la sua natura fragile e mutevole. Una volta che la mia ricerca diventava man mano sempre più nitida ritrovavo un’armonia tra i materiali, i colori o ‘non colori’ e le riflessioni sull’ombra nelle sue infinite possibilità rispetto al passaggio del tempo e della luce: l’attimo sospeso, l’après- midi, che si configura nella dominanza dei grigi, la soglia tra l’ombra e la luce, tra ciò che è passato e ciò che è ancora in divenire. L’uso della polvere e dei pigmenti di varie sfumature di nero assume proprio il significato di misurazione cronologica che si stratifica sulla superficie pittorica scandendone il tempo. Nei miei ultimi lavori, tuttavia, si sta facendo strada, timidamente, un insolito accenno al colore, chissà che prossimamente non prenda di nuovo il sopravvento!
Gabriele Landi: Bene allora ti chiedo di entrare di più con le parole nella dimensione temporale del tuo lavoro?
Debora Fella: Quando parlo di tempo del lavoro intendo dire che esiste una sorta di ‘spirito della memoria’ legato all’opera: le immagini rappresentate sono imbevute di atmosfere, visioni, ricordi (più o meno consci) e perciò legate ad un tempo passato, ma sono altrettanto connesse al presente in cui vengono prodotte. Oltre a questo, il tempo ritorna nei soggetti stessi della mia ricerca artistica, nell’immagine della soglia, nel passaggio dall’ombra alla luce, nella messa in scena di luoghi in cui i contorni dei corpi si perdono, diventano ambigui e sfuggono ad una chiara interpretazione. Un elemento che segna il passaggio del tempo è appunto la polvere che riveste gli oggetti di un velo impalpabile diventando essa stessa una sorta di ‘ombra’ poiché, come lei, è simultanea e inscindibile dall’oggetto che duplica; è sottile, eterea, perpetua. Il suo depositarsi segna il passaggio del tempo per accumulazione. La sua vocazione è quella di abbracciare l’oggetto sul quale si posa assumendone le sembianze e rendendo la sua visione opaca, ad un tempo rivelata e occultata. I miei pigmenti di ardesia, grafite e carbone possono dirsi delle polveri metaforiche con le quali provo a tracciare delle immagini sospese. I soggetti che dipingo assumono la loro consistenza nei grigi e nei neri, talvolta invece, diventano ombre bianche, aloni, assenze, tracce di oggetti svaniti.
Gabriele Landi: Sembrano infatti avere una consistenza evanescente quasi fantasmatica, il che sembra in contrasto netto con l’origine minerale delle poveri che usi per dipingere. Tecnicamente come procedi?
Debora Fella: Tecnicamente utilizzo gli strumenti tradizionali della pittura, ovvero i pennelli per distribuire il colore sulla carta e il diluente per l’olio; ho una tavolozza particolare suddivisa in piccoli scomparti per contenere le polveri di ardesia, carbone e grafite, diverse per tonalità di grigio e per consistenza. Procedo quindi intingendo il pennello inumidito dal diluente nella polvere e inizio le stesure sulla carta. Le polveri possono anche mischiarsi nella tavolozza per creare delle sfumature sempre nuove. Ciò che apprezzo di questi pigmenti è la loro volatilità e delicatezza, sono fragili nonostante la loro origine minerale e ciò le rende più preziose. Al termine di ogni lavoro è essenziale il loro fissaggio sul supporto.
Biografia
Debora Fella nasce a Milano l’8 settembre del 1990.
Frequenta il Liceo Artistico U. Boccioni di Milano e in seguito l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si diploma al Biennio Specialistico della Scuola di Pittura.
Attualmente insegna Discipline Grafiche e Pittoriche presso il Liceo Artistico Preziosissimo Sangue di Monza.
Tra i Premi conseguiti: il Primo Premio di Pittura Menotrenta (2012), Il Primo Premio di Pittura Paolina Brugnatelli (2013), il Premio di Pittura Morlotti- Imbersago (2018),il Primo Premio Arti Visive San Fedele, il Premio Rigamonti (2019-20) e il Premio Vittorio Viviani (2021).
Lavora tra Milano e Monza.
Tra le personali: “In Ascolto”, Nogallery, Santa Margherita Ligure (GE) 2012; “Debora Fella”, Nogallery, Santa Margherita Ligure (GE), 2013; “Debora Fella. Dai castelli di Bellinzona”, a cura di A. Del Guercio, Five Gallery, Lugano, 2015; “Debora Fella. L’ombra e la polvere”, a cura di G. Grillo, Ex Studio di Piero Manzoni, Milano, 2018; “Veglia, sonno e sogni”, a cura di Chiara Gatti, LeoGalleries, Monza, 2019; “Pelle d’Ombra” a cura di Eileen Ghiggini, Galleria Ghiggini, Varese.
Tra le collettive: “Afterselfie”, a cura di Carolina Borlotti, St. James Centre for Creativity, La Valletta, Malta; Palazzo Trentini, Trento; “XVIII Biennale d’Arte Contemporanea”, a cura di Antonio Zimarino e Martina Lolli, Penne (PE), 2015.
“The Century Star Exhibition. International Higher Education Art Institutes Youth Art Exhibition”, XI edition, Academy of Fine Arts, China; “ART.FAIR”, Köln (DE); “ArtKarlsruhe. Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea”, Padiglione 3, Stand H27, Karlsruhe, Germany; “La responsabilità dell’immagine. Sei giovani artisti di Brera incontrano il contemporaneo”, a cura di Giorgio Seveso, Sala Mostre di Arte a Trezzo, Trezzo d’Adda (MI) nel 2017.
“Altri Paesaggi. La giovane Pittura e l’ambiente naturale contemporaneo”, a cura di Giorgio Seveso e Chiara Gatti, Palazzo Comunale di Imbersago, Museo della Permanente di Milano; “Arrivederci Brera”, a cura di Gaetano Grillo, Spazio Maraniello, Milano; “I sette di Gottinga nella contemporaneità”, a cura di R. Galbusera, Spazio Eventi, Palazzo Pirelli, Milano, nel 2018.
“Incarnato”, a cura di Chiara Gatti, Galleria Ghiggini, Varese; “Sospensioni. Dialoghi sul filo dell’incertezza”, a cura di Andrea Grotteschi, Vernissage Art Gallery, Verbania; “Identità, natura e destino” nell’ambito del Premio Artivisive San Fedele, Galleria San Fedele, Milano, nel 2019.







