Nello studio di Chiara Pergola

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Caro Gabriele, ho accettato con entusiasmo il tuo invito a parlare del mio atelier, ma la cosa si è rivelata più difficile del previsto. Da un momento di blocco, in cui mi pareva di non riuscire a dire nulla del rapporto con il baricentro della mia attività artistica, credo di essere riuscita a coagulare un pensiero che lo descrive.

Si tratta fondamentalmente di un luogo in cui non devo rendere conto a nessuno.

Questo in un certo senso dovrebbe anche essere il luogo dell’arte e le forme che scelgo di condividere pubblicamente, prendono forma in questa tensione tra il mio desiderio incondizionato e i vincoli che incontra per venire al mondo. Quindi in un certo senso se lo studio è il luogo di partenza, parlarne è un po’ come decidere di parlare dell’origine, del punto o dello zero: possiamo girarci attorno, ma non ci si arriva mai.

Ho scelto allora di raccontarlo attraverso le immagini di altre persone che lo hanno visto. Tra queste ne ho inserite tre mie: una del primo luogo in cui ho lavorato, che è stato molto importante per il mio processo creativo, perché era stata la camera di mia madre; la seconda riprende una scritta che si vede dal mio balcone, in cui amo rispecchiarmi, per il mio amore per i libri; la terza perché ho messo in scala cromatica tutto quello che si trovava sul mio tavolo da disegno, un tentativo di far confluire le tensioni interne ed esterne in un ordine armonico.

 Le foto sono di Chiara Pergola,  Danielle Pardo,  Cristina Casadei  eTiberio Zucchini